Oltre la vendetta - Il cinema di Park Chan-wook di Michelangelo Pasini (€ 18, 235 pp.) è l'ultimo volume pubblicato da Il Foglio Letterario.
Un libro interessantissimo, curato da quello che si può definire uno dei più grandi esperti italiani di cinema coreano (e di Park Chan-wook in particolare), curatore anche del sito italiano di riferimento sul regista.
Chi è il regista? Park Chan-wook è conosciuto in Occidente quasi esclusivamente per quella che critica e pubblico amano chiamare la trilogia della vendetta. Ma nonostante Sympathy for Mr. Vengeance, Oldboy e Sympathy for Lady Vengeance rappresentino un tassello fondamentale della sua filmografia, non si può limitare la poetica del regista coreano a queste tre pellicole.
Abbiamo intervistato Pasini per approfondire l'argomento.
Come nasce l'interesse per il cinema di Park Chan-wook?
L'interesse per il cinema di Park Chan-wook nasce unitamente alla visione di JSA - Joint Security Area, suo terzo lungometraggio. Già appassionato di cinema orientale e interessato alle vicende socio-politiche coreane, mi trovavo di fronte ad un film che tratta in maniera originale per i tempi (siamo nel 2000 durante i primi anni della Sunshine policy della Corea del Sud nei confronti della Corea del Nord) la tragica divisione tra le coree e la situazione di guerra fredda che permane.
Due anni dopo una nuova folgorazione: Sympathy for Mr. Vengeance conferma Park come una delle novità più interessanti della new wave coreana, allora in pieno fermento.
Volendo approfondire lo studio del regista inizio a fare qualche ricerca: nonostante fosse ormai il 2003 e fosse già uscito Oldboy, film con cui è arrivato a farsi conoscere anche al grande pubblico, non solo non c'era alcun libro sul regista (cosa anche abbastanza comprensibile per qualcuno con una carriera ancora in divenire), ma neanche un sito web che veicolasse qualche informazione in più. Insieme ad un amico (Marco Tregambi) abbiamo deciso di fondare www.parkchanwook.org e di tradurlo anche in inglese. Il nostro, anche se ormai un po invecchiato, resta a tutt'oggi l'unico sito dedicato al regista coreano.
La 'trilogia della vendetta' ma non solo: quali sono le caratteristiche più interessanti del suo cinema?
Il cinema di Park Chan-wook è interessante perché è coerente e spiazzante allo stesso tempo. Da una parte le tematiche che gli sono care (in particolare uno sguardo critico sulla Corea contemporanea) si sviluppano di pellicola in pellicola, dall'altra, soprattutto dal punto di vista formale, è capace di tirar fuori il film che non ti aspetti, magari remando contro l'industria, la critica e gli spettatori. Per questo dopo la trilogia della vendetta è sparito dalla grande distribuzione nelle sale: il pubblico si aspettava una mera reiterazione dei film che l'hanno reso celebre, lui ha svoltato completamente, continuando a restare ancorato al cinema di genere (Thirst ha pur sempre come figura centrale quella del vampiro), ma dando vita ad una pellicola assolutamente libera e svincolata dalle logiche di mercato.
Qual è il tuo film del cuore dalla filmografia di Park Chan-Wook? E perché?
Come già accennato, il mio amore per il cinema di Park Chan-wook è nato con la visione di JSA - Joint Security Area e questo rimane tutt'ora il suo film che più mi piace. I motivi sono molteplici: prima di tutto il fascino che esercita su di me, e credo sul pubblico in generale, la DMZ, la zona demilitarizzata tra Corea del Sud e Corea del Nord: a pochi km da Seul, sulla linea di demarcazione del 38esimo parallelo, soldati dell'una e dell'altra parte vigilano il confine guardandosi negli occhi, sfidandosi giorno dopo giorno senza sfiorarsi.
Poi la struttura, tipicamente rashomoniana, lo rende un thriller ad incastro perfettamente orchestrato. Ma questo è solo l'involucro, la parte più evidente e visibile del film: il cuore, il nocciolo è la storia di un'amicizia impossibile e il paradosso che impedisce ai protagonisti di vivere liberamente un rapporto con coetanei che vivono dall'altra parte del confine.
Hai preso in prestito la definizione usata per Eastwood di 'ossimoro vivente': in che modo si adatta al regista coreano?
Molti considerano Park Chan-wook il regista dell'estremo e della violenza. O meglio gran parte della critica si è affrettata ad etichettarlo così, un po' per comodità, un po' per assonanza a quel cinema "tarantiniano" che tanto fa parlare. Ma studiando le pellicole di Park non si può fare a meno di notare una sorta di equilibrio che fa da filo conduttore nel suo cinema: quando un elemento rischia di prendere il sopravvento, il regista ne inserisce uno, opposto, che lo bilancia. Anche la violenza è innegabilmente presente nei suoi film, ma non è mai gratuita e quasi mai in campo e in primo piano. Ecco perchè, anche in modo assolutamente provocatorio, ho voluto sottolineare come l'etichetta di estremo in un cinema che ha più di un elemento di equilibrio suoni come un evidente ossimoro.
Quanto è cambiato il suo cinema dopo la trilogia? In che direzione sta andando?
E' cambiato molto. Più nelle intenzioni che nella sua effettiva messa in scena. Il desiderio di smarcarsi dal pregiudizio critico che gli è stato rivolto è evidente sia in I'm a Cyborg But That's Ok che in Thirst.
Il suo futuro piu immediato sembra essere ad Hollywood, con il film Stoker, scritto da Wentworth Miller: personalmente non sono uno di quei puristi che temono a priori il debutto oltreoceano di un regista orientale. E' vero che gli studios spesso annichiliscono la vena creativa anche del miglior regista, ma rimango sulla porta, in attesa che Park Chan-wook smentisca le critiche aprioristiche che gli son piovute addosso all'indomani della notizia del film made in Usa.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Un editore romagnolo ha affidato a me e ad un collega una collana di divulgazione cinematografica, quindi stiamo lavorando a questo progetto.
Continua l'avventura con Sunset Studio, cooperativa di cui sono tra i fondatori: ci occupiamo di produzione videoclip, documentari, pubblicità ed eventi e corsistica legati al mondo del video e dell'immagine a 360°.
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