Cargo è uno dei documentari più belli e premiati dell'anno. Lo ha diretto Vincenzo Mineo, e ha vinto alcuni dei principali festival di categoria, a cominiciare dal Bellaria Film Festival.
Sinossi. Il documentario vuole rendere testimonianza non solo del lavoro svolto a bordo da ufficiali e marinai, ma vuole anche sentire le loro storie, le loro solitudini e i momenti di aggregazione, il tempo libero e i contatti con la terraferma.
Ecco la nostra intervista con Mineo.
Un documentario come Cargo non si improvvisa: quando hai iniziato a pensarci? Perché un tema come questo? E quanto tempo ci è voluto?
Penso a questo documentario da tanti anni, con insistenza almeno da cinque, poi quando è venuto il momento l'ho preparato e girato in un paio di mesi. Ci siamo imbarcati sulla petroliera "Indigo Point" a dicembre dell'anno scorso e siamo rimasti a bordo per venti giorni, con me c'erano il direttore della fotografia e il fonico, e la tratta compiuta è stata Rotterdam - San Pietroburgo.
L'esigenza di realizzare questo lavoro nasce e si compie per il fatto che mio padre ha lavorato su queste navi per circa 30 anni, e anche mio nonno sui pescherecci e le navi da commercio. E' stato il lavoro che ha dato da mangiare alle loro famiglie, ma che li ha anche costretti a tante privazioni, prima su tutte il poco tempo che hanno trascorso a casa.
Nel documentario i marinai e gli ufficiali continuano a raccontare lo stesso disagio nello svolgere un lavoro per mare in isolamento e lontani da casa per mesi o in alcuni casi per anni.
In alcuni momenti il documentario ricorda alcuni titoli come 'Il grande silenzio', il lavoro sulla nave pare una specie di 'monachesimo laico'. Che idea ti sei fatto di questi lavoratori? E quanto ti ha 'toccato' quell'esperienza? Ti ha cambiato in qualche modo?
Ad un certo punto nel documentario il capitano dice: "Non riesco a capire come faccia la gente a vivere in isolamento per così tanto tempo, forse alcuni lo fanno per un atto di fede, ma noi siamo gente normale, non siamo come loro".
Spesso chi lavora a bordo non ha deciso di fare questo mestiere per passione, vivere e lavorare lontani dalla terraferma non è una scelta ma un obbligo. Questa la differenza principale con l'isolamento dei monaci. Di base però c'è il fatto che si tratta di una comunità di uomini che per un motivo o un'altro vivono lontani dalla società, ed è quello che mi interessa, una ricerca iniziata prima di CARGO con altri lavori (il senzatetto di "Tang.Est", l'eremita nel corto "Levanzo"), e che vorrei continuare a esplorare.
Ovviamente IL GRANDE SILENZIO lo ritengo esemplare, un documentario che mi ha molto colpito e ispirato. CARGO fa parte della mia esperienza personale, finchè mio padre lavorava sulle navi io lo vedevo solo un paio di mesi l'anno, spesso durante le vacanze scolastiche con mia madre e mia sorella andavamo a bordo, ci passavamo l'estate o il Natale. Per farla breve posso dire che fare questo documentario per me è stato necessario come una terapia.
Il documentario ha vinto moltissimi premi: quale il suo segreto? E che strada farà ora (uscite in dvd, ...)?
CARGO è un documentario che ho girato per una mia esigenza e, come ho detto prima, per una necessità quasi terapeutica, non pensavo al fatto che potesse avere questo riscontro ai festival. Però penso anche che questo stesso atteggiamento, questa onestà di intenzione e di sguardo, ossia girare un documentario, o anche un corto o un film, sentendo l'esigenza di farlo e con libertà e aderenza di linguaggio, alla fine premia sempre.
Poi credo che a molti colpisca questo tema "inedito" della vita a bordo sulle navi, poco raccontato semplicemente per il fatto che non se ne ha conoscenza nè esperienza. Questa grossa nave che attraversa il Baltico in tempesta, il mare che si ghiaccia a San Pietroburgo, l'ingresso di notte al porto di Rotterdam, sono immagini indubbiamente affascinanti a cui non si è abituati.
Noi per primi della troupe mentre giravamo assistevamo a questi scenari "fantascientifici" con grande stupore.
Al momento il documentario continua a essere proposto ai festival, i prossimi più importanti sono il Libero Bizzarri - Italia Doc e il Festival del cine italiano di Madrid. C'è poi l'interesse da parte di alcuni distributori che stiamo valutando.
Un plauso alla splendida fotografia del film: quanto è stato difficile lavorare in quelle condizioni?
In un lavoro come CARGO per me era importante avere una composizione molto precisa delle inquadrature, dei contesti e delle atmosfere industriali, all'interno delle quali si muovono i personaggi e la nave stessa, anch'essa personaggio, anzi protagonista di questo lavoro.
E il direttore della fotografia e operatore Bruno Fundarò ha messo in pratica perfettamente questa idea, realizzando quelle immagini che sono la vera forza di questo lavoro. L'unica difficoltà che abbiamo avuto è stata la nostra resistenza fisica nel girare in esterni a San Pietroburgo in temperature che hanno raggiunto i meno 28 gradi, per il resto la sintonia con Bruno è stata perfetta e di questo il documentario ne ha giovato.
Ottimo anche il rapporto tra le immagini e la musica: come avete lavorato in questo senso?
Mi piace l'idea di comporre una "sinfonia" tra immagini e musica, intesa sia come lavoro sul suono che come colonna sonora. Alessandro Boscolo con la presa diretta ha colto ogni suono a bordo della nave, e il lavoro in studio con il missaggio ha perfezionato questo "tappeto sonoro industriale" sulle immagini.
Per la musica poi c'è stata una bella coincidenza che mi ha portato a Linda Maria Bongiovanni, pianista e compositrice. Non mi dispiaceva l'idea di mettere il pianoforte e l'idea di partenza era di registrare dei pezzi appositamente per il documentario.
Ho incontrato per caso la Bongiovanni, che si occupa anche di colonne sonore, ma che in quel momento presentava un album ("Les reves poussent les voiles") con dei pezzi di pianoforte, molti dei quali dedicati al suo rapporto col mare. Li ho ascoltati e ho subito "sentito" l'atmosfera di Cargo, così le ho chiesto se potevo usarli.
Linda ha visto il documentario, si è innamorata del progetto e mi ha concesso le sue musiche. Così le ho semplicemente usate adattandole alle immagini, e sembrano davvero composte ad hoc.
Progetti futuri?
Mi interessano come dicevo le situazioni di isolamento, perchè a questo secondo me tende la società "delle piazze virtuali" in cui viviamo, isolamento dell'uomo inteso in senso fisico ma anche dei sentimenti. E poi ancora il mare, impossibile per me farne a meno. Sto preparando un progetto di documentario che parla ancora di tutto questo sullo stile di Cargo, stavolta non sarà su una nave e non si tratterà di marinai, ma il tema è sempre quello di gente che lavora in una condizione di solitudine e lontani da tutto.
Non dico dove ma questa volta si va molto lontano. Quando un giorno sarà possibile andremo a riprendere la vita su una stazione spaziale sulla luna. E anche la luna ha il mare.
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alle 22:27
Antonina Lo Sciuto
Io credo che Cargo piaccia anche perchè fonde stili narrativi diversi.Complimenti a Vincenzo,a Bruno,a Dario e a tutti gli altri