Jaffa tra realtà e finzione
Nel mio film si mescolano la mia storia personale e la storia di un dramma attuale che coinvolge centinaia di famiglie a Jaffa. Essere palestinesi a Jaffa non è come esserlo in altre zone; i problemi di identità sono qui molto più complessi perchè i palestinesi calati in questo contesto territoriale subiscono una doppia occupazione, una geografica e una mentale. Jaffa, che oggi è la parte meridionale di Tel Aviv, ha una storia particolare: ha subito negli ultimi anni una forte borghesizzazione che ha imposto lo sfratto sistematico delle famiglie palestinesi costrette a lasciare le loro case; i palestinesi hanno così subito l'esproprio della loro terra e delle loro proprietà. Ma c'è anche un altro aspetto bizzarro che riguarda invece una dimensione più immaginaria e, nello specifico, proprio la cultura cinematografica. Tra gli anni Settanta e gli anni Novanta Jaffa era diventata infatti il set ideale per molti film, sia israeliani sia americani, in cui però questo luogo non veniva mai rappresentato come Jaffa. Nel mio documentario ho scelto per esempio di mostrare degli estratti di un film con Chuck Norris che si intitola The Delta Force girato qui come in un vago medio oriente; ma ho anche deciso di mostrare un estratto di Casablan, un musical israeliano celeberrimo del 1973 che raccontava, come tipico di quei film, la storia di un amore impossibile tra due ebrei di provenienza diversa. In questi film i palestinesi di Jaffa venivano dunque sradicati una seconda volta, nella finzione, nel racconto della loro terra. Credo che anche per questo motivo quella terra ti resta dentro, anche se non ci vivi più, come nel mio caso, anche se ci torni di quando in quando, è la tua terra, quella di cui in un modo o nell'altro sei stato privato e che devi tenere viva in te.
La famiglia e la crisi di un luogo
Quella che si vede nel film è veramente la mia famiglia, mio zio, mia zia, mia nonna, la quotidianità dei loro gesti, l'angoscia che vivono nelle loro case in pericolo. Quello che mi interessava raccontare non era però tanto la storia della mia famiglia quanto piuttosto fare uno studio sul comportamento degli esseri umani sottoposti a una situazione così estrema come quella che queste famiglie come la mia stanno vivendo. Non si tratta dunque esattamente di un film sulla mia famiglia ma di un film sulla grave crisi di un luogo popolato da persone costrette a vivere nell'incertezza di un limbo che le logora giorno dopo giorno.
Il documentario e la poesia
Ovviamente il mio è un film politico come lo sono ogni film e ogni opera d'arte ma io non ho una sola dichiarazione politica da fare, ho una serie infinita di dichiarazioni da fare: si tratta però di stati di animo, di sensazioni, di pensieri, di riflessioni. Io non credo nel cinema che parte dal testo scritto, anche se oggi sembra impossibile visto che tutti ti chiedono un trattamento di almeno cinquanta pagine anche per un documentario. La mia interpretazione del cinema è piuttosto poetica che documentaria in senso stretto: il film diventa così una sorta di voyage emotivo, lo stesso che rappresenta per me il fare film.
Godard e Adorno
Ci sono due citazioni a me molto care; la prima è tratta da Notre musique di Jean-Luc Godard ed è una dichiarazione che mi ha molto motivato nel mio lavoro, grazie a questa frase io continuo a sognare e credere in quello che faccio. Godard sta facendo lezione a un gruppo di studenti a Sarajevo e mostra loro un film in bianco e nero in cui si vedono dei palestinesi che lasciano Jaffa e uno a colori in cui si vedono gli ebrei che arrivano in città. E dice: "Nel 1948 ecco che i palestinesi diventano registi di documentari mentre gli ebrei diventano registi di fiction." L'altra citazione è invece di Adorno e fonda la mia stessa esistenza: quando lui dice che per uno scrittore senza patria lo scrivere è la sua patria, io capisco quanto per me sia il cinema la mia patria.
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