Incontro con Andrea Deaglio, regista di Il futuro del mondo passa da qui - City Veins
Da una fotografia
Come viene raccontato nel film, il progetto è nato da una fotografia scattata da me quasi casualmente che ha poi dato vita al documentario. Il paesaggio vuoto e naturale si è improvvisamente animato di persone ed eventi che hanno cominciato a condividere il progetto.
Un campo da golf
Inizialmente il documentario era legato alla costruzione di un campo da golf in quest'area vicino al fiume a pochi chilometri dal centro di Torino. Mi pareva una grande storia, un impianto narrativo forte che infatti ci ha permesso di coinvolgere una casa di produzione finlandese che era interessata al film. Poi il campo da golf non si è mai costruito e il film è diventato un documentario di osservazione che nella mia idea dovrebbe lasciare libero lo spettatore di farsi un'idea su quello che sta vedendo.
I protagonisti
L'aspetto più difficile è stato senza dubbio entrare in contatto con i protagonisti del documentario. La prima volta che mi sono recato sul posto dovevo girare un breve filmato legato alla baraccopoli, sull'onda dell'emergenza rom di cui tutti i media si stavano occupando. L'approccio più sbagliato. Rocky mi ha poi detto che la prima volta che mi ha visto pensava volessi picchiarlo. Il sentimento era quello della paura e della diffidenza reciproca. Poi abbiamo cominciato a passare tanto tempo insieme e a conoscerci che è invece l'atteggiamento giusto.
Un documentario di osservazione
Eclissata la possibilità di realizzare un film dal solido impianto narrativo (come dire, dall'inferno del degrado al paradiso del campo da golf, magari con un'inquadratura finale sul green perfetto), è nata l'idea di questo documentario di osservazione, senza nessuna tesi da dimostrare e nessuna informazione da dare (siamo letteralmente bombardati di informazioni). Volevo che lo spettatore fosse libero di osservare una realtà, così da farsi autonomamente un'idea di ciò che vedesse. In fondo è questa la magia del cinema: la possibilità di vivere infinite esistenze.
L'osservatorio
Dal documentario è nato poi un vero e proprio osservatorio grazie al quale possiamo rimanere sul luogo senza alcuna scadenza. L'obiettivo è quello di realizzare un libro in cui raccogliere le fotografie e le storie legate a quest'area. Vorremmo anche inserire i tanti articoli legati al luogo che nel corso degli ultimi anni l'hanno dipinto, a seconda delle emergenze del periodo, come un tossic park, un insieme di orti abusivi o una baraccopoli popolata da rom.
Entomologo
Anche le due inquadrature dei vermi (tra cui quella che chiude il film) non ha nessuna valenza ideologica (non c'è l'idea di uno sguardo da entomologo). Si tratta di una semplice visione d'apertura e di chiusura che mi è apparsa all'improvviso quando ho incontrato questi scienziati che studiano le larve degli insetti per valutare la qualità dell'aria e dell'acqua della zona.
Scritte e didascalie
Ho inserito varie scritte e didascalie all'interno del film. Si tratta di una modalità che avevo già sperimentato con successo in un mio precedente documentario, Nera. Una scelta che, insieme ai ragazzi di babydoc, ci siamo sentiti di fare e di portare avanti fino in fondo.
Nomi e cognomi
La scelta di non inserire i cognomi dei protagonisti è stata nostra. Nel caso di Frida non potevamo che utilizare il suo nickname e quindi abbiamo poi deciso di usare solo i nomi anche per tutti gli altri.
I protagonisti (II)
Roky, Darius e Jasmina sono qui in sala e hanno visto ora il film per la prima volta, sono quindi curioso di sapere cosa ne pensano. Angelo e Gerardo invece non sono potuti venire perché impegnati in una battuta di caccia a cui non potevano rinunciare.
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