L'Arbitro di Paolo Zucca è uno dei cortometraggi italiani più premiati degli ultimi anni. Premi numerosi ma anche qualitativamente di rilievo: ne citiamo due, il David di Donatello e il Premio Speciale della Giuria a Clermont-Ferrand.
Un successo e un'attenzione da parte dei festival di tutto il mondo (leggere più sotto per capire meglio...) che non accenna a scemare, e che ci ha convinti a raggiungere Paolo Zucca per un'intervista.
Il suo corto ha ricevuto premi in tutto il mondo: quale è stato quello che le ha fatto più piacere, e perché?
Il Premio Speciale della Giuria a Clermont-Ferrand, perché si tratta di uno dei festival più prestigiosi al mondo tra quelli dedicati al cortometraggio. Ho visto la maggior parte dei corti della competizione internazionale e la qualità tecnica e artistica mi è parsa davvero alta. Credo che aver vinto un premio così importante abbia anche influito positivamente sul percorso successivo de L’Arbitro attraverso i vari festival internazionali. Sono moltissimi quelli che dopo Clermont-Ferrand mi hanno invitato e selezionato, qualche volta anche ‘a scatola chiusa’.
A giugno è in programma al Kicking & Screening negli Usa: perché in Italia, secondo lei, non c'è un grande evento dedicato al calcio e al cinema?
Ho partecipato di recente anche al Fussball Film Festival a Berlino, e a giugno sarò a Barcellona per un grande festival cinematografico dedicato interamente allo sport. In Italia ho partecipato a una sezione del Festival di Collecchio intitolata “A Corto di Sport”.
Forse si potrebbe fare di più, ma se devo essere sincero mi sembra che in molte parti d’Italia manchi proprio il Cinema in quanto tale, al di là delle specifiche tematiche a cui può essere associato.
Io vivo in Sardegna, e dunque in Europa, ma la programmazione del multisala presente nella mia città è pressoché identica a quella di una cittadina del Midwest americano. In questo credo ci sia qualcosa di sbagliato.
L'arbitro è un cortometraggio, ma presenta una cura nella fotografia e nella realizzazione davvero insolite in Italia, anche in tanti lunghi: come è nato il progetto? Come mai ha deciso di puntare così tanto sull'aspetto 'estetico', in controtendenza con quanto si vede oggi?
Uno degli intenti di fondo di questo mio lavoro è quello di giocare con la commistione dei toni e dei generi. Così il comico e il tragico, l’epico e il grottesco, il sommamente alto (Bach, per esempio) e il ‘terra-terra’ si confondono e si alternano, talvolta anche in modo brusco, quasi violento.
Il talento e l’esperienza del mio direttore della fotografia, Patrizio Patrizi, hanno contribuito in modo determinante sotto questo aspetto, quello della ricerca formale, che per me è importantissimo. Sapevo che girare L’Arbitro sarebbe stato molto complicato, anche sotto l’aspetto tecnico.
Ho investito molto su una troupe di altissimo livello professionale e ho cercato di pianificare il lavoro il più possibile, così da affrontare i problemi con delle soluzioni studiate, disegnate e condivise in precedenza con la troupe e con tutti gli attori.
Per quanto riguarda la ‘controtendenza’ cui la sua domanda fa riferimento, credo che la risposta sarebbe troppo lunga e complicata. Ho l’impressione che molti settori della vita civile e produttiva in Italia, non solo quello cinematografico, siano da tempo in ‘controtendenza’ qualitativa.
Quali sono i suoi riferimenti cinematografici, come regista in generale ma soprattutto come ispirazione per L'Arbitro?
Ne L’Arbitro ci sono un paio di citazioni ben visibili di Sergio Leone. All’estero mi hanno anche spesso accostato a Pasolini, per la forza dei volti degli attori non professionisti, e qualcuno anche Fellini, per la fotografia in bianco e nero a tratti un po’ visionaria.
Personalmente sono un grande ammiratore di Ciprì e Maresco, ma sono convinto che le similitudini tra L’Arbitro e la loro ricerca d’avanguardia siano solo apparenti, a un livello non profondo. Vorrei citare anche un importante riferimento letterario, che è l’argentino Osvaldo Soriano.
Il calcio e il suo ambiente escono proprio male dal suo corto: qual è la sua opinione su questo sport?
Sto scrivendo un lungometraggio ispirato a L’Arbitro e talvolta la domenica guardo delle partite locali, in cerca di ispirazione. I giovani calciatori di terza o seconda categoria si muovono, si pettinano e si atteggiano come i loro insopportabili colleghi della Champions League.
Questa è una triste conferma del fatto che la realtà è diventata la brutta copia della televisione, anche nel calcio. Al contrario, il calcio che io cerco di raccontare è un universo metaforico fuori dal tempo, assolutamente slegato dalla contemporaneità e dalle sue implicazioni sociologiche.
La violenza dei tifosi che cercano di impiccare l’arbitro nel mio corto ha un senso molto diverso da quella praticata dagli ultras organizzati. E’ una violenza primordiale simbolica, quasi metafisica.
A che punto è il progetto?
Sto lavorando con grande dedizione alla stesura della sceneggiatura, che ho quasi terminato.
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