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Intervista a Pietro Reggiani, regista di 'L'estate di mio fratello' (ora in dvd)

Carlo Griseri avatar Mercoledì 7 Aprile 2010, 11:39 in Interviste, Uscite in dvd di Carlo Griseri

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E' uscito in dvd nei giorni scorsi L'estate di mio fratello di Pietro Reggiani, film uscito nel 2007 in alcune sale italiane grazie all'autodistribuzione e ora finalmente disponibile per l'home video grazie a Eskimo-Koch Media

Una storia molto particolare, sia dal punto di vista produttivo sia da quello creativo (come ci ha raccontato lui stesso nell'intervista), per un film realizzato da un cast senza nomi di richiamo, un piccolo gioiello qualitativo come pochi altri nel cinema italiano degli anni 'zero'.   

La prossima uscita della collana sarà Eva e Adamo di Vittorio Moroni. 

Abbiamo intervistato Pietro Reggiani. 

La lavorazione del film è durata quasi 10 anni (dal 1998 al 2007): quali sono state le problematiche maggiori?

Non è facile individuare un punto chiave, verosimilmente si è trattato di una somma di fattori, il primo dei quali è se vogliamo il fatto che, nel 1998, pur da anni in terapia, ero ancora una persona che arrancava a fatica nei suoi meandri. Ricordo che quando dissi alla mia fidanzata di allora che volevo raccontare una storia di infanzia lei esclamò, 'ma se della tua non ricordi niente!'.
In realtà, degli echi dentro di me ci dovevano essere, perché a rivedere il film trovo che i personaggi abbiano una certa naturalezza. Ero però iper-consapevole del fatto che l'infanzia la riplasmiamo nel ricordo, e volli assolutamente che il racconto del bambino protagonista non fosse che il ricordo del personaggio diventato adulto.
Raccontare un adulto però era per me davvero impegnativo, perché sentivo che adulto non lo ero ancora diventato - alla bella età di 32 anni non riuscivo proprio ad attraversare la mia linea d'ombra, che identificavo nella capacità di conseguire una continuità di lavoro, non necessariamente cinematografico.
Decisi così che avrei bypassato la tempestosa fase della stabilizzazione lavorativa raccontando di un uomo di 40 anni, qualcuno che fosse sì incapace di vivere la sua vita ma dalla per me tranquillizzante posizione di chi aveva trovato un lavoro regolare e i cui fallimenti erano puramente sentimentali.
A questo punto, poteva valere la pena di raccontare anche il rapporto tra il protagonista adulto e la destinataria del racconto. Lui sarebbe stato un professore universitario di chimica (nell'illusione che capacità squisitamente razionali portassero a un buon lavoro anche nella più totale incapacità di relazione), lei una ex-studentessa, innamorata ma respinta all'esame di dottorato e alla confusa ricerca di un ultimo contatto con lui, errabonda per i corridoi della facoltà. Lui la incontra, non si ricorda nemmeno che lei è stata respinta, piove, la prende sotto il suo ombrello, la invita a prendere un the in un bar lì vicino. E lì, di fronte a una persona che intuisce ben disposta e che probabilmente non vedrà più in vita sua, il protagonista si sente in vena di confidenze, comincia a raccontare la sua infanzia...
In realtà, già il passaggio al racconto della sua infanzia non mi suonava tanto ovvio, e in una seconda stesura introdussi il desiderio, da parte del protagonista, di cambiare vita, di mettersi a scrivere, per cui vagheggiava un racconto su quell'estate lontana e coglieva l'occasione dell'incontro con la studentessa per sperimentare un'ipotetica narrazione: ricordo che sbirciando nella copia della sceneggiatura che apparteneva a Pietro Bontempo, l'attore che interpreta il padre del protagonista, trovai gravemente evidenziate da punti interrogativi quelle battute di dialogo, che trovava così poco credibili. Anche io non ne ero contento, ma ormai la parte delle riprese dell'infanzia incombeva e decisi di non pensare più alla cornice in cui era incastonato il racconto.
Quando tornai ad esaminare possibili correzioni, avevo ormai davanti agli occhi un premontato di quell'estate infantile che, se era lento nella prima parte, in cui il protagonista adulto nel suo raccontare alla studentessa si perdeva in divagazioni, nella seconda parte aveva tutta l'andatura di un film già completato (una nostra amica, che per vie traverse aveva visto il premontato, mi fece i complimenti e mi chiese quale sarebbe stato il mio secondo film!).
Il professore e la sua studentessa, mentre cercavo di figurarmeli, si rifiutavano ora risolutamente di parlare, o di continuare a parlare, dell'infanzia di lui. Il mio socio, Antonio Ciano, amante della sovrapposizione di dimensioni nei film, fu eccitato all'idea di un tizio che arrivava al tavolino dei due e diceva al professore, 'non sei tu che puoi raccontare questa infanzia!': in realtà, era una tragedia, perché mi non era assolutamente chiaro chi la avrebbe raccontata.
Avevamo la fortuna/sfortuna di non avere debiti che ci obbligassero a finire il film, né Antonio poteva fare valere il suo ruolo di produttore che rischiava i suoi soldi per le bizze del regista: nel corso delle riprese aveva insistito, con mio grande disappunto, nel fare anticipare anche a me metà delle spese, e adesso non era più in condizione di impormi nulla. Dipendevamo interamente dalla mia capacità di trovare una buona cornice, che desse ritmo alla prima parte del film e offrisse un buon finale. Naturalmente, non la trovai mai.
Dopo cinque anni, però, fu talmente ghiotta l'occasione di girare con il protagonista diventato adolescente che scrissi un episodio dell'adolescenza parallelo a quello dell'infanzia, episodio che però non avevamo più soldi per girare. Così scrissi un microepisodio adolescenziale da intrecciare al racconto dell'infanzia, con la voce narrante del fratellino immaginario.
Lo girammo e naturalmente la voce narrante del fratellino immaginario, dopo che nel film lo vediamo morire, non capiamo più che cosa sia, e dovetti cassarla; e l'alternanza del microepisodio con l'infanzia non faceva altro che rallentarla ancora di più - rimase così il film com'era nel 1998 più una piccola coda (anche se sensazionale, perché i protagonisti erano invecchiati di cinque anni).
Per fortuna, capii almeno che potevo accorpare delle divagazioni presenti nel racconto in una sorta di prologo e in episodi preceduti da cartelli: il ritmo della prima parte ne venne un po' migliorato e il film, nel 2004, fu pronto.

Il film è un piccolo gioiello, a mio modesto avviso. Ha ottenuto premi importanti in festival di rilievo internazionale eppure ha faticato a 'farsi vedere': è solo dovuto alla mancanza di nomi 'forti' nel cast? O a cos'altro?

Se mi metto nei panni di un distributore, devo riconoscere che il film ha magari dei pregi ma anche un limitato potenziale commerciale - mi aspetterei, sempre in quanto distributore, che un film del genere sia stato realizzato con fondi pubblici e che tra questi vi siano dei contributi alla distribuzione in grado di invogliarmi, e invece ecco che è stato realizzato con capitali interamente privati. Per rischiare qualcosa mi dovrei innamorare del film, e questo - occorre dirlo - purtroppo non è mai successo.

Un plauso doveroso a tutto il cast, ai due bambini ma anche alla bravissima (e poco 'utilizzata' dal cinema) Maria Paiato: come ha scelto i suoi attori?

Avevo conosciuto Maria girando Asino chi legge ed ero rimasto impressionato dalla sua bravura. E poi volevo girare un film che raccontasse una storia, in fondo, di amore e di morte, sia pure nella fantasia di un bambino, e mi piaceva che il contesto fosse il più quotidiano possibile, con attori che offrissero, fin dalle loro cadenze, un'impressione di immediatezza, e Maria è veneta, di Rovigo.
L'unico 'foresto' è stato Pietro Bontempo, con cui pure avevo lavorato in Asino chi legge e di cui avevo apprezzato la duttilità: è di origine abruzzese.
Nella scelta dei bambini sono stato avvantaggiato dal fatto che a Verona (e Padova, dove pure ho fatto le selezioni) il cinema non è così diffuso, c'è grande curiosità e in pieno agosto si sono presentati 200 piccoli attori con i loro familiari. Chiedevo ai bambini di mettere in scena le loro fantasie, dato che il protagonista doveva essere in grado di passare dalla dimensione reale a quella immaginaria con grande facilità: Davide venne con suo fratello più piccolo Valerio e siccome stavano già giocando, a casa loro, a una fantasia su degli alieni che vengono sulla terra e vivisezionano i terrestri, hanno subito messo un terzo bambino su un banco per operarlo. E' stato un ottimo segnale.

Un film dalla lunga lavorazione e anche dall'anomala distribuzione, avvenuta con la vendita anticipata dei biglietti: come è arrivato a questa decisione?

La via all'autodistribuzione nel nostro caso è stata una scelta obbligata, e di molto siamo debitori a Vittorio Moroni, che ha ideato la prevendita di biglietti per il suo Tu devi essere il lupo. Devo dire però che anche se avessimo avuto la proposta di una piccola piccola distribuzione forse l'idea di autodistribuire e sapere che stai facendo il massimo è se non altro più tranquillizzante. E forse oggi, con il boom dei social network, questo modello potrebbe essere anche meno faticoso.
Nella nostra esperienza abbiamo prevenduto circa 2.000 biglietti e stampato 11 copie, abbiamo avuto un'uscita 'nazionale' a Roma, Milano e Torino che ha permesso di avere le recensioni dei giornali, abbiamo avuto ottimi risultati con le matinée per le scuole e l'esistenza dell'accordo tra Sky e l'ANICA, per cui a tot spettatori la tv satellitare si obbligava a comprare il film a tot cifre, ci ha permesso di recuperare quasi del tutto il nostro investimento. Purtroppo siamo in Italia, Sky dice non del tutto a torto di non essere più monopolista perché Mediaset le fa concorrenza, senza vincoli, dal digitale terrestre e l'accordo non è stato rinnovato.

Il suo film ha inaugurato la collana dvd Officine Italiane, che si propone di portare alla luce titoli italiani meritevoli ma 'invisibili': che effetto le fa? Ha qualche titolo da consigliare ai curatori della collana?

Mi ha molto divertito La rieducazione, del collettivo Amanda Flor (non a caso è stato selezionato a Venezia), e credo di aver capito che Dario Formisano, delle Edizioni Eskimo, si è convinto e l'ha presa. Quanto all'essere portato alla luce, ho capito che il destino di questo film è di stare a mezzo, troppo riuscito per restare davvero invisibile, non abbastanza riuscito per rimanere davvero in vista.

Tra gli extra è stato inserito il suo corto d'esordio, Asino chi legge: cosa ci può dire di questo lavoro, premiatissimo nei festival?

A ripensarci, ho il ricordo di un lavoro a strati, continuamente corretto e aggiustato e, dopo, la pretesa che tutto scorresse in modo ovvio, senza sforzo fin dall'inizio. In realtà, credo di aver capito che sono vere le due cose: la fluidità è il risultato di mille tentativi.

Infine, domanda doverosa: prossimi progetti? Film, corti, ...: cosa ci possiamo aspettare?

Ho finalmente scritto, con tempi proporzionali a quelli de L'estate di mio fratello, una sceneggiatura, una commedia surreale, non troppo distante dai toni di Asino chi legge. Un film che potrebbe anche avere un potenziale commerciale, ma sto lottando, è il caso di dirlo, per trovare degli investitori.

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