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Intervista a Paola Casella, autrice di 'Cinema: femminile, plurale'

Carlo Griseri avatar Lunedì 8 Marzo 2010, 10:58 in Biblioteca del cinema, Interviste di Carlo Griseri

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Un piccolo tributo alla festa della donna anche da Cinefestival: oggi, 8 marzo, pubblichiamo l'intervista a Paola Casella, autrice di Cinema: femminile, plurale (Le Mani, 104 pp., 14 €), che oggi pomeriggio verrà presentato alle 19 alla Libreria del Cinema di Roma.

Un piccolo e agile saggio sulla figura della donna nel cinema negli ultimi dieci anni, "un percorso preciso, importante e forse necessario, attraverso l’analisi di film d’autore, ma anche di opere meno ambiziose, sul significato dell’evoluzione che ha compiuto la figura femminile nelle immagini cinematografiche dei primi dieci anni del nuovo millennio".

Paola Casella, giornalista professionista, è critico cinematografico del quotidiano Europa. Per RaiSat Cinema ha realizzato interviste, approfondimenti e condotto le telecronache dai principali festival internazionali.

Com'è nata l'idea iniziale per il libro?

Per il mio lavoro di critico vedo almeno quattro film a settimana, e molti di più durante i festival. Negli ultimi dieci anni mi sono accorta che qualcosa stava cambiando nella raffigurazione delle donne al cinema e poiché non lo diceva nessuno, ho pensato di dirlo, anzi di scriverlo, anche perché mi pare di intuire in questo nuovo trend un segnale di ottimismo per tutte le spettatrici e per molti spettatori “illuminati”.

Il sottotitolo è 'Madri, mogli, amanti protagoniste del terzo millennio': quale di queste è la figura più frequente? Le donne al cinema non riescono a 'uscire' da queste tre possibilità?

Il sottotitolo è volutamente provocatorio, perché racconta le donne ancora nella loro “collocazione” rispetto agli uomini. Ed è vero che nel libro sono citate molte mogli, moltissime madri e anche qualche amante. Ma si parla soprattutto di donne e di come, all’interno della loro complessità individuale, sia oggi dato spazio, almeno cinematograficamente, anche a nuove interpretazioni della maternità e dell’amore, non limitate all’assunzione di un ruolo scelto per loro da altri.

Lei scrive che in questi ultimi anni c'è stato 'l'inizio di un cambiamento': in che senso e per quale motivo?

In molti film, prevalentemente scritti e diretti da uomini, ho notato che le donne sono state ritratte nella loro complessità invece che appiattite su poche dimensioni, magari funzionali al maschile. E che alcune caratteristiche tradizionalmente associate al femminile – l’attenzione agli altri, l’apertura verso la diversità, la volontà di prendersi cura del prossimo (che è diversa dal dovere imposto dall’impianto sociale), il pragmatismo costruttivo, la capacità di proiettarsi verso il futuro – vengono indicate come una via sana e possibile per il genere umano in generale riconoscendo alle donne – e questa è la vera autorità - un ruolo di guida, proprio in virtù di queste caratteristiche. Ci tengo molto a sottolineare che il cinema sta cominciando a mostrare anche un nuovo tipo di uomo, che fa proprie le caratteristiche del femminile (in realtà appartenenti potenzialmente a tutto il genere umano) ed è disposto ad ascoltare le donne. Un percorso cinematografico che mi sono limitata ad accennare, perché dettagliarlo richiederebbe un altro libro!

Il libro è aggiornatissimo (fino a Baciami ancora!): quando lo ha chiuso?

Cinema: femminile, plurale è stato finito di stampare a febbraio, e fino all’ultimo momento ho fatto impazzire la casa editrice Le Mani suggerendo aggiunte dell’ultimo minuto, perché mi sembravano confermare le ipotesi avanzate fino a quel momento. Ho voluto ad esempio inserire qualche paragrafo su Baciami ancora perché avevo intitolato un capitolo precedente Le arpie di Muccino e mi è sembrato importante segnalare che un regista spesso accusato di misoginia per il modo in cui ha ritratto le donne abbia deciso, nel suo ultimo film, di indicare nel femminile, e soprattutto nel materno, la via di uscita dalla sindrome di Peter Pan dei protagonisti, e forse la via di crescita per la società in generale. Inoltre era impossibile non parlare di Avatar, un kolossal in cui tutti i principali personaggi femminili – la giovane guerriera, la scienziata, la soldatessa, la divinatrice e persino la divinità – sono positivi e costruttivi, mentre i personaggi maschili (tutti, meno quelli che seguono le indicazioni del femminile :-)) sono distruttivi e lavorano contro il futuro del pianeta (Pandora, ma anche la terra).

Tra i film in arrivo in sala quale crede sarà da aggiungere nella prossima versione del suo libro?

Fra quelli appena visti, aggiungerei senz’altro l’Alice in Wonderland di Tim Burton, che crede nell’autodeterminazione e indica a tutti gli altri personaggi la via della crescita, ma anche La prima cosa bella di Paolo Virzì, dove le donne, e in particolare le madri, mostrano una vitalità insopprimibile e una positività che riesce a superare ogni ostacolo, pur essendo piene di fragilità e ingenuità che fanno di loro delle guide sui generis. Fra i film di prossima uscita indicherei E’ complicato perché mostra una donna di una generazione passata – la sessantenne Meryl Streep – che si trova a scegliere se tornare ad un ruolo di moglie vecchio stile o esplorare il futuro accanto a un “uomo nuovo”, benché coetaneo. Tra l’altro la raffigurazione delle donne di una certa età in questi ultimi dieci anni – da Diane Keaton in Qualcosa è cambiato alla stessa Streep in Mamma mia! – è interessantissima e varrebbe da sola un altro libro.

Quanto cambia (se cambia) il ruolo femminile tra Italia ed Europa, Stati Uniti e resto del mondo?

Preciso subito di aver concentrato la mia attenzione sulla cinematografia “occidentale”, dunque sui film europei e americani degli ultimi dieci anni, non perché le cinematografie del resto del mondo siano meno importanti (ci mancherebbe) o meno interessanti dal punto di vista del tema trattato, ma perché da critico le conosco meno bene, e ne parlerei con minore competenza. Mi pare evidente però che ci siano cinematografie - quella iraniana, per fare un esempio, basti vedere lo sconvolgente Donne senza uomini di Shirin Neshat, per parlare di film di prossima uscita – che non possono mostrare il percorso femminile con lo stesso ottimismo, la stessa autodeterminazione e la stessa leggerezza. Così come mi sembra di poter dire che, in alcune culture cinematografiche, penso ad esempio a certo cinema dell’Estremo Oriente, le caratteristiche femminili descritte nel mio libro siano da sempre raccontate come importanti e positive, anche se non necessariamente associate a quel ruolo di guida dell’intera società che, a mio parere, è la vera novità, nel cinema occidentale.

Quanto cambia (se cambia) il ruolo femminile nel cinema se dietro la macchina da presa siede un uomo o una donna?

In Cinema: femminile, plurale ho scelto di concentrarmi maggiormente sul lavoro di registi maschi, che del resto costituiscono ancora la stragrande maggioranza, perché mi è sembrato interessante mostrare come il cambiamento dell’immagine femminile in questi dieci anni sia raccontato da uomini che cominciano ad avere una percezione diversa del mondo femminile. Le (poche) donne dietro la macchina da presa stanno raccontando con più profondità di dettaglio questo cambiamento. Un esempio per tutti, per di più italiano, è Francesca Comencini, che ne Lo spazio bianco, facendo leva su una “cordata creativa” tutta al femminile – a partire dall’autrice del romanzo su cui il film è basato, Valeria Parrella – ha dato spazio (scusate il gioco di parole) a un personaggio femminile indipendente e coraggioso che sceglie una maternità solitaria e cresce insieme alla propria figlia, giorno dopo giorno, senza per questo rinnegare nulla della propria identità passata.

Juno in copertina: la ritiente un personaggio simbolo del cinema femminile degli ultimi anni? Perché? Se no, chi meglio di lei?

La scelta è stata dell’editore, ma l’ho approvata in pieno, e per molti motivi. Il primo è che Juno, come la protagonista de Lo spazio bianco, si comporta verso la maternità in modo consapevole e autonomo, ascoltando solo la propria voce e non i consigli più o meno interessati e ideologizzati degli altri, mostrando quel pragmatismo costruttivo e privo di retorica che è una delle caratteristiche della “donna nuova” del grande schermo. Secondo perché, pur decidendo autonomamente, non esclude dal proprio orizzonte l’”uomo nuovo” rappresentato dal ragazzo con cui ha concepito il proprio bambino. Terzo perché Juno (e il suo partner) sono giovanissimi, ed è proprio in alcune rappresentazioni cinematografiche delle giovani donne che si vede più marcato il cambiamento che ho cercato di illustrare nel mio libro: basti pensare alle tante eroine di cartone di questi ultimi dieci anni, da Coraline a Ponyo fino alla su citata Alice. Ognuna di loro avrebbe potuto figurare in copertina, e non mi sarebbe affatto dispiaciuto. Infine mi piace che nella foto di copertina Juno abbia un sorriso enigmatico ma sereno, forse persino ottimista.

E tra le attrici, quale è la più importante in tal senso?

Nel libro traccio il percorso di alcune attrici che secondo me hanno incarnato il cambiamento in quest’ultimo decennio cinematografico: fra tutte, Nicole Kidman, che ha rappresentato spesso la capacità visionaria delle donne (raffigurata sia come capacità di “vedere oltre”, ad esempio in Eyes Wide Shut o in Invasion, che come rischio di “vedere i fantasmi”, ad esempio in The Others o Birth: Io sono Sean) e Julianne Moore, perfetta nel raffigurare i limiti e le costrizioni di una femminilità anni ’50, magari intrappolata da quelle stesse caratteristiche di cura e di pazienza (vedi Lontana dal paradiso o The Hours) ma anche una determinazione coraggiosa e una nuova capacità di leadership (vedi I figli degli uomini o Cecità).

Quali i suoi prossimi progetti?

Continuerò a scrivere per il quotidiano Europa, che dedica tutti i sabati una pagina al racconto dell’universo cinema, dalla critica all’industry allo star system, e quando possibile a fare da giurato ai festival internazionali: sono molto fiera di aver fatto parte della giuria Fipresci dell’ultimo Torino Film Festival che ha assegnato il suo premio a La bocca del lupo. E sto già pensando a un nuovo saggio, questa volta non incentrato sul cinema ma sul rapporto fra le donne e il terrorismo. Giusto per affrontare un argomento semplice!

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