La Dolce Vita ha 50 anni: tra gennaio e febbraio sono numerose le iniziative che il mondo del cinema italiano ha voluto organizzare per festeggiare il mitico film di Federico Fellini. Mostre, uscite letterarie e molto altro.
Di qualche mese fa - ma attualissima! - è la pubblicazione di un bel libro a firma Giovanna Bertelli, Divi e paparazzi - La Dolce Vita di Fellini (Le Mani, 200 pp., 28 €): il volume illustra, attraverso la selezione di numerosi servizi fotografici pubblicati dai periodici popolari tra il 1958 e il 1960, il prologo del film La dolce vita.
"Un racconto che si snoda tra oltre 150 immagini scelte tra le riviste dell'epoca e gli archivi dei fotografi che più di altri hanno contribuito alla creazione del mito: Tazio Secchiaroli e Pierluigi Praturlon. Il testo di approfondimento pone in risalto l’importanza della stampa periodica e il contributo dei fotografi d'assalto alla folle estate del 1958 quando la dolce vita romana raggiunse il suo apice prima di essere cristallizzata dal capolavoro di Fellini".
Abbiamo intervistato l'autrice. Il libro sarà presentato il 24 febbraio a Firenze all'Auditorium Sant'Apollonia (ore 17).
Lei è una storica della fotografia e spesso si è occupata di Fellini e della sua epoca. Cos'ha quel periodo di 'speciale' rispetto ad altri (soprattutto in campo fotografico)?
Ogni periodo è speciale, ma tra gli anni '50 e i '60 cogliamo un cambiamento molto forte in Italia, soprattutto dal punto di vista socio-economico. Non siamo più nell'immediato dopoguerra e non ancora nel boom economico e demografico; i giovani di 20-25 anni erano bambini e adolescenti durante la guerra e da quella prospettiva l'avevano vissuta. Ora sentivano che il mondo era cambiato per sempre e cercavano nuovi punti di riferimento.
Anche nella fotografia erano evidenti i cambiamenti; il neorealismo, ancorato al reportage sociale, era divenuto quasi di maniera; la grande novità sulla stampa periodica era la fotografia d'assalto, troppo spesso confusa con il gossip e denigrata dagli stessi fotoreporter "impegnati".
Cosa fece diventare La Dolce Vita non solo un film apprezzatissimo ma anche un fenomeno di costume?
Ciò che amplificò allora il fenomeno "dolce vita" fu la stampa. I rotocalchi erano grandemente diffusi e le notizie sui vip erano le più lette e commentate. I servizi fotografici erano alla base delle notizie; i fotografi assumevano il ruolo di testimoni visivi di comportamenti sopra le righe o non confacenti al ruolo delle star del cinema che vivacizzavano le serate romane in compagnia dei nomi più noti dell'alta borghesia.
La Dolce Vita in realtà non fu immediatamente apprezzato, anzi molto discusso per la negatività che lo caratterizzava. Destò scandalo, per la rappresentazione che dava della società, per la mancanza di un lieto fine; fu messo all'indice dalla Chiesa, che vi vedeva l'annullamento dei valori cristiani; rifiutato da grandi registi, come Roberto Rossellini, per il montaggio frammentato e l'apparente mancanza di una trama.
La "dolce vita" invece fu vista dal grande pubblico come la vita degli happy few a cui tendere e, dove possiblie, da imitare, generando così uno scollamento tra il film e il fenomeno di costume che ne seguì.
La Dolce Vita cinquanta anni dopo: cosa rimane di quel film e di quel periodo?
Dal mio punto di vista il fatto più evidente è che si è persa la memoria del messaggio che voleva dare Fellini con il suo film. La sua era la denuncia per una vita vuota, senza prospettiva, assolutamente superficiale, vissuta da una ristretta cerchia di persone.
Oggi, paradossalmente, la dolce vita è associata al glamour - ed infatti è ancora molto sfruttata come richiamo nel mondo della moda - ad un'epoca mitica in cui tutti vivevano felici e spensierati, esattamente il contrario della visione felliniana. Si pensi a quante volte vediamo sfruttato il titolo del film sulle insegne dei locali. Infine la dolce vita è diventato l'immaginario dell'Italia all'estero: mandolini, spaghetti e dolce vita.
L'aspetto più deprimente, a mio parere, è che il modello dolce vita sia ancora oggi in Italia quello delle persone di successo e soprattutto che sia uno stile sempre più diffuso in ogni segmento della società, ognuno secondo le proprie disponibilità o risorse economiche, tanto che molti comportamenti non generano più scandalo, ma tolleranza, se non addirittura giustificazione.
Nel libro dà un ampio spazio ai fotografi di allora, con schede personalizzate: chi fu il più importante? E perché?
I giovani fotografi d'assalto erano pochi e agguerriti. A volte lavoravano in team, altre erano in concorrenza. Per realizzare Divi e Paparazzi ho analizzato le annate dal 1957 al 1961 dei rotocalchi più diffusi; i servizi migliori, esclusivi, sensazionali, unici erano la maggioranza delle volte firmati da Tazio Secchiaroli.
Le sue fotografie erano belle come inquadratura, messa a fuoco, movimento. Usava il flash come fosse stata una luce in atelier, indirizzandola in modo da avere l'effetto desiderato per illuminare la scena, nell'attimo dello scatto era attento ai dettagli, sapeva cosa voleva e come ottenerlo. Era il fotografo sempre presente nei momenti importanti, o una sua fotografia rendeva celebre un attimo. I suoi servizi e la sua firma erano pubblicati con grande evidenza, spesso i giornali riportavano i suoi resoconti della nottata o lo intervistavano per avere la sua opinione su un fatto. Fu lui a dare l'avvio alla breve stagione della vera dolce vita, che iniziò nell'estate del 1958, proponendo alle redazioni le fotografie delle celebrità nei loro momenti meno edificanti: ubriachi, litigiosi, esasperati dai flash. In breve divenne egli stesso un personaggio noto quanto coloro che fotografava e il suo nome conosciuto anche dai lettori.
Oltre che sul suo lavoro ho concentrato l'attenzione su Pierluigi Praturlon che è stato invece il fotografo presente sul set de La Dolce Vita durante l'intera lavorazione del film, documentandolo con circa 20.000 scatti.
Si discute molto del rapporto tra i VIP e i paparazzi di allora: era davvero tutto concordato come si dice?
Non tutto era concordato e non tutto era casuale, ma certo molti meccanismi sono ancora quelli di oggi. Se si vuole essere notati si va dove si può essere riconosciuti e se un fotografo ci ritrae può andare a nostro vantaggio. Un bravo agente segnala a entrambi dove, con chi e come meglio muoversi. Certamente allora il rapporto era più diretto, i fotografi erano molti di meno, si conoscevano e riconoscevano.
Sono anche convinta che, senza il film di Fellini, oggi l'estate del 1958 sarebbe dimenticata da circa cinquanta anni.
In questi giorni al Museo del Cinema di Torino c'è una mostra fotografica sulla Dolce Vita: ha avuto modo di vederla? Cosa ne pensa?
Purtroppo non ho ancora avuto modo di andare a Torino ma conosco bene il lavoro di Marcello Geppetti. Anche lui è stato un paparazzo della prima ora e fino all'ultimo dei suoi giorni ogni sera usciva per andare in via Veneto con la macchina fotografica a tracolla pronta a scattare.
Ho in mente i suoi inseguimenti e appostamenti per scoop sensazionali: Richard Burton e Liz Taylor in relax o mentre litigano, Sophia Loren che scende dall'auto o dall'aereo, Anita Ekberg pronta a scagliare una freccia ad un gruppo di fotografi...
Chi furono le star più fotografate di quel periodo?
Le donne più belle erano sempre la preda più ambita e si conoscevano per nome. Soraya, Sophia, Gina, Anita, Ava, Liz, Ingrid, la principessa Margaret, Audrey si contendevano le copertine. Agli uomini rimanevano le pagine interne. Ci si domandava quando si sarebbe sposato Alberto Sordi, se era vero amore tra Richard e Liz, dei tanti flirt di Maurizio Arena, dei dispiaceri di cuore di Walter Chiari
Che ruolo ebbero i tanti rotocalchi del tempo nel successo del film?
Fondamentale, sin dall'inizio. È un film nato nella cronaca e che nella cronaca si prolunga, generando una sorta di cortocircuito. È interessante vedere come dalla cronaca reale si passi alla cronaca del film, come si confondano finzione e realtà: la vera Via Veneto e quella di Cinecittà, volti celebri che troviamo sul set come ai tavolini dei locali notturni, prima tra tutte Anita Ekberg che passa con disinvoltura dalle liti con il vero marito Anthony Steel (da cui divorzierà prima delle riprese) a quelle con Lex Barker davanti alla cinepresa.
Federico Fellini trova lo spunto per un soggetto proprio nella stampa periodica che racconta questa nuova, strana piccola élite che vive nella capitale. Capisce che è questo il volto che va raccontato, si diverte a leggere i resoconti delle nottate e si sofferma sulle fotografie.
Le redazioni, sempre attente e in attesa delle mosse del premio Oscar, quando sanno del nuovo film si sentono esse stesse protagoniste, come se Fellini parlasse anche di loro; iniziano così a seguire la nascita del film: gli incontri, i provini per il cast, i ciak. Ne scrivono, pubblicando lunghi servizi, sia i periodici di Rizzoli sia di altri editori. Seguono la presentazione, la prima, le polemiche, i premi. Intervistano Secchiaroli e Praturlon per sapere se il film corrisponde alla realtà. Alberto Moravia ne scrive un'ottima recensione, Giorgio Bocca intervista Fellini, Oriana Fallaci fa una dettagliata cronaca della prima a Milano con un velenoso ritratto di Anita Ekberg.
Perché oggi non è pensabile ricreare un'atmosfera come quella, perchè si è perso il 'mito'?
Ripeto, credo che il mito sia dovuto a Federico Fellini che con la sua genialità ha rielaborato delle piccole storie di quotidiana straordinarietà creando un grande affresco, tragico e dolce allo stesso tempo. Oggi non abbiamo più Fellini, non abbiamo più dei giornali che pure essendo popolari siano ben fatti e non abbiamo più dei protagonisti all'altezza.
Allora le pagine erano riempite da star internazionali del cinema, dell'arte e della cultura: la loro fama precedeva la loro quotidianità. Oggi prima si rende famosa una persona e poi ci si domanda chi sia, e molto spesso si scopre che ha una parte, ma non un'arte.
Una scelta interessante (e curiosa) è quella di pubblicare nel libro non solo foto ma anche riproduzioni delle pagine dei periodici del tempo: come mai?
In Divi e Paparazzi ho scelto di raccontare la genesi del film attraverso i rotocalchi di allora per tornare alle fonti storiografiche del film. Riprodurre l'intera pagina è proporre il documento nella sua integrità. Testo e foto si accompagnano, l'impaginazione e la scelta dei titoli sono anche essi importanti. Ho scelto di pubblicare molte delle pagine dei rotocalchi a tutta pagina perché anche il lettore possa approfondire la lettura direttamente sui testi originali e allo stesso tempo ho voluto restituire il gusto della cronaca come se il tempo non fosse trascorso. Devo ammettere che mi sono divertita molto nella lettura e ho voluto condividere questo piacere.
In questi giorni il Wall Street Journal ha osannato Felice Quinto, recentemente scomparso, come ispiratore della figura di 'Paparazzo'. Lei è d'accordo? Cosa può dirci di questo fotografo?
Conosco il lavoro di Felice Quinto ed era indubbiamente un bravo fotografo. Faceva parte del piccolo gruppo originario di fotografi d'assalto che diverranno noti come paparazzi. È ritratto di spalle proprio nella fotografia di Marcello Geppetti, che citavo prima, dove Anita Ekberg è con arco e freccia. Altri nomi del tempo erano Elio Sorci, Uberto Guidotti, Giancarlo Bonora, Duilio Pallottelli e pochi altri.
Ma Paparazzo di Fellini è costruito sulla figura e le fotografie di Tazio Secchiaroli (lo spogliarello, la lite notturna, il miracolo...) come lo stesso Federico Fellini ha sempre ammesso e come riportava Tullio Kezich in quello che è il vangelo della Dolce Vita: La dolce vita, dal soggetto al film edito da Cappelli nel 1959.
I suoi progetti attuali e futuri? Nuovi libri fotografico-cinematografici?
I progetti non mancano, ma preferisco non anticipare ancora nulla.
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