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Intervista a Stefano Loparco, autore de "Il corpo dei Settanta"

Carlo Griseri avatar Mercoledì 13 Gennaio 2010, 10:03 in Biblioteca del cinema, Interviste di Carlo Griseri
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Ne abbiamo parlato qualche settimana fa (suscitando l'interesse dei lettori) e abbiamo quindi voluto approfondire: Stefano Loparco, alla sua prima esperienza letteraria, ha pubblicato "Il corpo dei Settanta - Il corpo, l'immagine e la maschera di Edwige Fenech" (Edizioni Il Foglio, 18 €).

Un libro molto più profondo di quello che si potrebbe (superficialmente) pensare, la rilettura di un periodo storico (gli anni Settanta del nostro paese) attraverso i film che hanno consolidato la fama di Edwige Fenech come icona sexy di una (e più...) generazioni. 

La speranza è che questo libro non venga sottovalutato dai potenziali lettori, come troppo spesso accade con i film di genere di quel periodo...

Abbiamo intervistato l'autore. 

Perchè un libro su Edwige Fenech?

Perché ho considerato doveroso farlo. Ciò che faticavo, e fatico tutt’ora a capire, è come sia stato possibile che, prima dalla pubblicazione de Il corpo dei Settanta, l’attrice simbolo di un’intera stagione cinematografica, fosse sprovvista di una biografia a lei dedicata. Via via che il lavoro di ricerca proseguiva, l’ambizione è poi cresciuta e con lei la voglia di suggellare, con il mio libro, un vero e proprio “atto riparatorio”. Fuor di metafora: tutti conoscono Edwige Fenech, tutti hanno visto almeno uno dei suoi molti film, in molti l’hanno profondamente desiderata ma nonostante ciò, di Edwige se ne parla poco e, spesso, male: nelle rievocazioni pubbliche (salotti televisivi, programmi di approfondimento, ecc.), la sua presenza è bandita, la critica attuale (ad esclusione di alcuni giornalisti illuminati) si “tura il naso” e nelle sue poche apparizioni televisive è causa più di sorrisini compiaciuti che di interesse. Eppure i suoi film, ininterrottamente trasmessi sulle reti commerciali da almeno due decenni, continuano ad allietare le notti di milioni di connazionali; ogni anno, poi, vengono editati nuovi dvd tratti dai suoi film e su internet il suo nome, immesso in un qualsiasi motore di ricerca, è in grado di restituire oltre 380.000 siti a lei dedicati (50.000 più di Anna Magnani!). Questo dà il senso del torto che le è stato inflitto a cui ho cercato (almeno nelle intenzioni) di riparare. E' giunto il tempo che Edwige venga considerata, a tutti gli effetti, per quel che è stata: la più importante attrice sexy degli anni Settanta e – aggiungo io – la prima maschera erotica della cultura cinematografica e, più per esteso, del paese.

Il tuo libro non è un semplice testo sui film da lei interpretati, ma un attento saggio su un’epoca, una lettura insolita e interessante su un fenomeno: come nasce e come si sviluppa?

In effetti, come dici tu, il tentativo è stato quello di indagare il “fenomeno Fenech” alla luce del contesto culturale che l’ha prodotto: l’Italia degli anni Settanta. Un paese che, nel volgere di una manciata di anni, vede mutare, congiuntamente, le proprie strutture sociali, politiche ed economiche. Nascono le grandi sperimentazioni di quel periodo: si rinnovano profondamente i medium della comunicazione, le arti in genere e la musica mentre il cinema popolare saprà elaborare una propria cifra, la commedia sexy, che avrà la capacità di imporsi nei gusti del grande pubblico fino a diventare un vero e proprio fenomeno di costume. Il libro tenta, dunque, di ricostruire la “complessità” insita in ogni periodizzazione storica, sovrapponendo i diversi livelli di osservazione; accanto alla carriera di Edwige e la sua monumentale filmografia, trovano posto, così, la strage di piazza Fontana, le bombe neofasciste, la nascita del terrorismo, fino al rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e il conseguente ingresso negli anni Ottanta che, con i suoi nuovi miti, assistono alla morte del cinema di genere e il ritiro dalle scene cinematografiche di Edwige Fenech.

Cosa la differenzia dalle altre belle di quegli anni (Gloria Guida, ad esempio): perché lei?

Spero di non apparirti banale rispondendoti: “perché lei è EDWIGE!”. Se avessi dovuto risponderti, per assurdo, perché lei è Orchidea De Sanis, Gloria Guida o Femi Benussi (certamente splendide donne), l’effetto prodotto, probabilmente anche in te, sarebbe stato diverso. Come spiego nel libro, Edwige e il suo nome, hanno un’aura magica che hanno saputo depositarsi dentro l’antropologia di un paese intero. Una bellezza adamantina, lo straordinario fascino erotico e lo sguardo scintillante, fanno di lei una donna dalla fisicità inibente. Durante il mio studio, mi sono imbattuto in una miriade di commenti di colleghi e registi del periodo (fra cui Nino Castelnuovo, Renzo Ozzano, Roberto Monteduro, Renzo Montagnani, Lino Banfi, Alvaro Vitali e Enrico Montesano), e ciò che li accumuna tutti è la descrizione della prepotente carica erotica che Edwige sapeva promanare.
Osvaldo Civirani, regista di “Le Mans – scorciatoia per l’inferno” (1970) la ricorda, addirittura, come una donna eroticamente pericolosa e dal fascino stordente. Bellezza a parte, la Fenech – ed è questo il punto – non è stato solo un bel corpo prestato al cinema ma un’attrice tout court. Un’attrice sexy-brillante che ha alacremente lavorato alla realizzazione della sua maschera erotica affinandone, nel tempo, gli stilemi fino a diventare l’icona che noi tutti oggi conosciamo. La stessa cosa, invece, non mi sentirei di dire di Gloria Guida e di altre starlette dell’epoca su cui, bellezza a parte, faticherei a pronunciarmi.

Nel libro segnali “L’insegnante” come il film che ti ha aperto il mondo-Fenech: quale ritiene essere il suo miglio titolo? Cosa consiglieresti ad un neofita nel campo?

“Tutti i colori del buio” di Sergio Martino per la sua bellezza apollinea, “La poliziotta fa carriera” per l’interpretazione dell’agente Amicucci, interamente plasmata sulla tradizione artistica del teatro di rivista, “Cattivi pensieri” per l’immagine inconsueta di Edwige nel ruolo di Francesca, ed infine “Taxi Girl” di Michele Massimo Tarantini, film in cui tutti gli elementi della maschera sexy dell’attrice (la mimica caricaturale, lo sguardo scintillante e la verve comica) sono giunti perfettamente a maturazione. Come scrivo nel mio libro, “Taxi girl” è il film “di” Edwige e “su” Edwige; il film di una vita intera. Per gli amanti dell’aneddotica, invece, non posso esimermi dal citare “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda” e “Giovannona Coscialunga disonorata con onore”. Ricordo infine “La pretora” di Lucio Fulci, film del quale credo di non dover aggiungere altro se non invitare i nostri lettori a visionarlo il prima possibile. Non ho dubbi: mi ringrazieranno…

La sua scelta di smettere improvvisamente di recitare (salvo rare eccezioni) da cosa è dipesa?

Quella che a molti è sembrata una scelta improvvisa è stata, in realtà, una decisione abbondantemente ponderata. Come emerge chiaramente dalla lettura del libro, Edwige non ha mai amato i suoi film (ancora oggi, Edwige, ama ricordare “Il ladrone” di Festa Campanile, “Cattivi pensieri” di Ugo Tognazzi, “Sono fotogenico” di Dino Risi e pochi altri) e, appena ha potuto, ha smesso di interpretarli. Bisogna sapere, infatti, che Edwige è stata, ed è, una donna emancipata e indipendente e dunque, data la sua bellezza, ha semplicemente prestato il corpo ad un cinema che però non ha mai sentito nelle sue corde.
Così come non ha mai amato spogliarsi. A differenza di molte sue colleghe dell’epoca che nella macchina da presa hanno trovato lo strumento più consono per soddisfare il proprio narcisismo, Edwige non ha mai amato spogliarsi sul set.
Di carattere timido e riservato, nulla del personaggio mediatico, intrigante e seduttore, apparteneva alla vita dell’attrice. Già nei primi anni Settanta, Edwige dichiarava, infatti, di voler evolvere artisticamente consolidando la propria carriera in ruoli maggiormente impegnati e di considerare i film erotici un semplice passepartout per raggiungere il grande pubblico. Ma come sappiamo, non è andata così. Intrappolata nel ruolo mediatico dell’icona sexy, Edwige non è stata poi in grado (né le è stata data la possibilità), di liberarsi della sua maschera, se non al prezzo della sua abiura pubblica, ovvero con il suo primo ritiro dalle scene del 1984, anno in cui ha inizio la sua carriera di presentatrice televisiva che la porterà, sei anni dopo, alla conduzione di “Domenica In” e del Festival di Sanremo, massimo riconoscimento che la televisione di Stato tributava allora ai suoi uomini di punta.

Come giudichi la sua 'seconda vita' da produttrice?

Piaccia o meno, Edwige è una donna di successo, una vera imprenditrice di sé stessa. In qualsiasi ruolo si sia cimentata ha raggiunto popolarità e fama. Le va riconosciuta, inoltre, la capacità di produrre fiction fortemente radicate nella realtà e che pongono l’universo-donna al centro della storia, come è stato per la fortunata serie di “Commesse” e il recente “Le segretarie del sesto”. Quelle che Edwige ama descrivere sono donne moderne, emancipate ed indipendenti, con tutte le fragilità di chi è figlio dei nostri tempi, ma non per questo sconfitte. Insomma, impossibile non scorgere, in filigrana, il ritratto di Edwige stessa.

Negli ultimi anni la Fenech è tornata ad essere oggetto di idolatria grazie a Tarantino (che ha dato il suo nome ad un personaggio di “Bastardi Senza Gloria”). E’ un mito internazionale quindi? L’immagine della Fenech è un caso unico (non solo in Italia)?

Non smetterò mai di dirlo: Dio benedica Quentin Tarantino. Innanzitutto per la sua opera cinematografica, ma non solo. E’ suo il merito se gran parte degli opinion leader di questo paese, oggi, porgono l’altra guancia. Da autentico cultore dei b-movies italiani, Tarantino conosce a menadito gran parte della nostra produzione e, per sua stessa ammissione, l’intera filmografia di Edwige Fenech di cui è stato, ed è, un autentico cultore.
Attraverso Eli Roth, l’ha voluta per un cameo in “Hostel part II” (assieme a Ruggero Deodato, autore dell’efferato “Cannibal Holocaust” e Luc Merenda) e – stando alle dichiarazioni di Edwige – l’avrebbe voluta in alcune produzioni maggiori e con ruoli di maggior rilievo. Certamente l’esportazione dell’icona Fenech in ambito cinematografico internazionale, necessiterebbe del supporto dell’attrice che però, come spiego dettagliatamente nel libro, non si presta volentieri a questa operazione di revival, preferendo dedicarsi al suo attuale ruolo di produttore.
Va detto, comunque, che Tarantino è, a tutti gli effetti, il teorico più illustre del revisionismo cinematografico in atto in questi ultimi anni. Oggi nessuno può guardare un film di Castellari, Deodato, Lenzi, Edwige Fenech e Franco Nero, senza considerare che il contaminatore per eccellenza della nostra epoca, il regista di “Pulp Fiction”, li ha considerati, in alcuni casi, dei veri e propri capolavori.

Domanda spinta dalla curiosità: hai avuto modo di conoscerla? Hai mai pensato di inserire nel volume anche un’intervista? 

Non ho avuto ancora l’occasione di conoscerla. E' evidente che sarei lusingato nel poterla conoscere personalmente ma non credo che questo abbia limitato la mia ricerca. Pur avendo scelto la forma letteraria del tributo, la mancanza di rapporti personali con l’attrice mi ha permesso una maggiore libertà espressiva. Ho potuto così indagare la maschera erotica di Edwige esattamente come farebbe un osservatore di fronte ad un quadro, passando in rassegna i vari elementi che lo costituiscono per poi trarne un giudizio di sintesi che – nel mio caso - è un giudizio positivo.

I tuoi progetti futuri.

Dopo aver trascorso gli ultimi due anni a scrivere Il corpo dei Settanta ora me ne starò un po' in disparte ad osservare la credibilità che questo libro – mi auguro - saprà guadagnarsi. Per il futuro, l’intenzione è quella di continuare a raccontare fatti, storie, scampoli di vita. In fondo, come hai spiegato tu all’inizio della nostra intervista, Il corpo dei Settanta è certamente una biografia su Edwige Fenech ma è anche il ritratto di un paese, della sua gente e di una storia comune. Non sono uno scrittore impulsivo e soprattutto non scrivo per il piacere della scrittura, fine a se stessa. La scrittura è il mezzo che mi permette di raccontare storie, edificare mondi, comunicare idee. Ma per scrivere un buon libro ci vuole una bella storia e finché non l’avrò trovata, la penna potrà comodamente starsene sdraiata nel suo astuccio.

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2 commenti
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14 Mar 2010
alle 18:18

Stefano Loparco

NOCTURNO CINEMA, recensione del 03/2010

"Un librone dedicato all'icona del cinema sexy italiano, Edwige Fenech, giustamente definito "dei Settanta" nel titolo perché di quel decennio ha animato il cinema popolare. L'autore, curiosamente, si getta nella materia già incandescente con molta immedesimazione. Edwige viene "raccontata" nella sua carriera con puntiglio analitico ma anche come si trattasse di una conoscenza diretta, immagine di donna idealizzata, non solo amante catodica da spiare in piena notte, ma addirittura madre procace.

Un'operazione interessante. Ottima l'appendice con gli incassi dei film di Edwige."

d.pul. 

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13 Gen 2010
alle 23:12

Gordiano Lupi

Il corpo dei Settanta è un libro importante. Non è solo un libro di cinema e non è neppure un libro biografico su Edwige Fenech. E' un libro che racconta gli anni Settanta e al tempo stesso parla di un cinema povero che era capace di riempire le sale. Se qualcuno mi chiedesse quale libro comprare tra Le dive nude - il cinema di Gloria Guida e Edwige fenech (che ho scritto io e l'ha pubblicato Profondo Rosso) e questo, consiglierei - senza ombra di dubbio di comoprare Il corpo dei settanta! Il mio è un semplice libro di cinema, quello di Loparco è molto di più. Per questo l'ho pubblicato!

Gordiano Lupi

P.S.: pur amandole entrambe, preferivo Gloria Guida e come seconda avevo Orchidea De Santis...

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