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Intervista a Stefano Saverioni, regista di "Diario di un curato di montagna"

Carlo Griseri avatar Giovedì 17 Dicembre 2009, 08:29 in Interviste, Trento Festival, Uscite in dvd di Carlo Griseri
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Diario di un curato di montagna di Stefano Saverioni è stato uno dei documentari italiani più premiati del 2009: oltre alla nomination al David di Donatello, il lavoro ha ottenuto il Premio Città di Imola e il Premio della Stampa Bruno Cagol all'ultimo Trento Film Festival.

Il successo al festival trentino è stata la chiave per la recente uscita in dvd del documentario, avvenuta grazie a Cinehollywood che da qualche tempo ormai seleziona titoli dall'evento di Trento per la pubblicazione (torneremo a parlarne). 

Al centro del film c'è la storia di Don Filippo Lanci. Salendo per la strette e suggestive strade che tagliano le pendici della più alta montagna dell'Appennino, il Gran Sasso d'Italia, in Abruzzo, si può arrivare a Pietracamela, Cerqueto e Intermesoli, piccoli e solitari borghi abbarbicati alla roccia e quasi ormai parzialmente spopolati. Lì, nelle case isolate e svuotate d'inverno, opera Don Filippo. 

Abbiamo intervistato il regista.

Come è venuto a conoscenza della storia di Filippo Lanci?

Ho conosciuto Filippo nel 2005, per caso, in un pub della mia città. Eravamo seduti ad un tavolo di pittori, fotografi e musicisti e mai avrei creduto di poter conversare con un prete. Poi, quando più tardi ho visto le sue fotografie e ho visitato i luoghi della sua missione pastorale, ho subito capito di avere una storia speciale da raccontare.

L'estro artistico di Lanci ha influito in qualche modo sullo sviluppo del documentario?

Certo. Direi che tutta la realizzazione del documentario, nel bene e nel male, ne è stata condizionata. Del resto, la dimensione artistica di Filippo è stata per me la chiave di accesso al suo mondo di uomo e di prete e la bilancia stessa del nostro rapporto personale.

Cos'ha detto Lanci dopo aver visto il lavoro finito?

A dire la verità, è rimasto un po' perplesso. Non riusciva a riconoscersi pienamente nel Filippo del film. Ma questo è assolutamente normale. Il curato di montagna che possiamo vedere nel documentario è il Filippo Lanci che ho visto io ed è la sintesi personale del mio rapporto con lui e la sua realtà. Non è certamente il “vero” Filippo e del resto non sarebbe mai potuto esserlo. La complessità di una persona non potrà mai essere rappresentata nella sua interezza, perché è sempre restituita dopo un processo di elaborazione che è giocoforza soggettivo. Un altro autore, a contatto con la stessa realtà, avrebbe fatto un film molto diverso e reso altri aspetti della personalità e della vita di Filippo. Per i documentaristi questo è un problema molto sentito. Si lavora con persone in carne e ossa e ogni scelta di rappresentazione può avere conseguenze reali. Una bella responsabilità...

Un ruolo importante in questo lavoro ha la musica di Enrico Melozzi: come avete lavorato insieme? Che giudizio ne dà?

Considero Enrico uno straordinario musicista e, a mio parere, uno dei compositori per il cinema più promettenti del panorama nazionale. Basta ascoltare le musiche del film di Claudio Giovannesi, La casa sulle nuvole, o quelle de L'uomo Fiammifero di Marco Chiarini per rendersi conto quanto sia vasto e poliedrico il suo talento. Abbiamo lavorato alla colonna sonora del Diario a più riprese e devo dire che sempre c'è stata una forte sintonia tra le nostre sensibilità. Enrico è riuscito in ogni sequenza a creare, come per magia, una suggestiva simbiosi tra immagini e musiche e ad amplificare le sfumature poetiche ed emotive in esse contenute. Il risultato è una colonna sonora assolutamente parte imprescindibile del film.

Non ho avuto il piacere di vedere i suoi documentari precedenti, ma dai titoli noto che tornano spesso riferimenti religiosi: cosa l'affascina di questo mondo?

Faccio una piccola premessa. Io non sono seguace di nessuna religione e soprattutto non sono cattolico. Eppure è un mondo che fin da piccolo mi ha sempre affascinato. E' il fascino del mistero, il fascino del rito, il fascino dell'insondabile, il fascino di quella dimensione spirituale dell'uomo che oggi è sempre più atrofizzata a piccolo angolo personale. In fondo, per un razionale come me, il polo di attrazione, al di là dei dogmi e delle verità uniche, sta proprio in quel cuore irrazionale che è alla base di ogni religione.

Le citazioni bibliche del documentario sono sempre molto puntuali: come ha effettuato la ricerca?

Alcune, come i versetti apocrifi di San Tommaso, sono appunti di letture personali antecedenti al lavoro di montaggio. Altre sono frutto di domande e conversazioni con uomini della chiesa. Altre ancora il risultato di una ricerca minuziosa con il computer nelle diverse edizioni e traduzioni della bibbia. Era importante trovare la parola giusta...

Quanto sono state colpite queste zone dal terremoto di aprile?

I danni, se paragonati alle zone dell'aquilano, sono stati ovviamente molto minori. Eccetto alcuni casi, nei centri storici dei piccoli paesi montani non si sono verificati crolli massivi e contigui. Ma molte case sono state lesionate, molte richiedono interventi di stabilizzazione che difficilmente i proprietari, risedenti ormai nelle città, faranno. Le stesse chiese che vediamo nel documentario sono state danneggiate e sono inagibili (e sappiamo quanto le chiese siano nei paesi di montagna il centro dell'identità delle comunità). Il rischio è davvero il definitivo svuotamento di questi luoghi, già messi in ginocchio da un secolare processo di spopolamento.

Quali i suoi progetti, attuali e futuri, nel campo cinematografico?

Questa è forse la domanda più difficile. Le idee sono molte e i progetti anche, ma spesso si devono scontrare con una realtà assolutamente castrante. La vita professionale di un documentarista d'autore in Italia è decisamente impossibile. Non c'è mercato, non c'è distribuzione e di conseguenza non ci sono fondi e non ci sono produttori veri. Eccetto alcune belle eccezioni, tutto il documentario italiano è figlio dello slancio prometeico del singolo autore che decide in proprio di finanziare la propria opera. Il risultato è un tempo lunghissimo per la gestazione del lavoro che giocoforza limita i propri progetti e le proprie ambizioni. Siamo veramente in una situazione stagnante.

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