Vincitore del Premio Speciale della Giuria all'ultimo Torino Film Festival, "The Cambodian Room - Situations with Antoine D'Agata" è un documentario diretto da Giuseppe Schillaci e Tommaso Lusena.
Un documentario difficile, costruito su un personaggio non semplice (a Torino i registi hanno raccontato che "Antoine inizialmente si negava molto, concedendoci veramente poco di lui") è stato premiato dalla giuria, composta da Stefano Mordini, Marta Donzelli e Jean-Pierre Rehm, "per la precisione dello sguardo e la forza espressiva della messa in scena, in grado di indagare il viaggio di un artista e le motivazioni ultime della sua ricerca".
La sinossi: Antoine D’Agata, fotografo dell’Agenzia Magnum, è a Phom Penh (Cambogia). Droghe, sesso e derive notturne sono elementi imprescindibili del suo lavoro autobiografico, ma in Cambogia il suo percorso artistico sembra essere giunto al punto più estremo. Dopo essersi dedicato a fotografare paesaggi desolati e realtà marginali in tutto il mondo, Antoine D’Agata focalizza la sua ricerca sul corpo e la carne, nello spazio ristretto di una camera...
Abbiamo intervistato Giuseppe Schillaci.
Come avete conosciuto l'opera e il personaggio di Antoine D'Agata?
Nel 2005, in occasione della prima mostra italiana, Tommaso Lusena ha incontrato e intervistato Antoine D'Agata. Dopo un anno ho visto quell'intervista e abbiamo deciso di sviluppare il progetto di documentario.
Cosa vi ha affascinato del suo stile e della sua vita da convincervi a documentarlo?
Il suo stile è provocatorio, potente e poetico. La sua vita altrettanto. Penso che ognuno di noi abbia una fascinazione più o meno latente per il proprio lato oscuro e D'Agata riesce a sublimare questa pericolosa fascinazione in un modo eccezionale, una sorta di Francis Bacon in versione punk.
Come avete lavorato sul documentario, insieme a lui (o in 'accordo' col suo stile)?
Sia insieme a lui che in accordo col suo stile, ma la cosa più difficile è stata mantenere la distanza ed evitare di identificare il nostro punto di vista con il suo, anche perché ne saremmo usciti schiacciati.
La figura del giornalista che incontra il fotografo come si è inserita nella lavorazione?
Il film ha avuto un un lungo processo di scrittura e sviluppo in cui sentivamo la necessità di un "ponte" tra noi e D'Agata, un personaggio in grado di interrogarlo su questioni importanti, evitando il dispositivo dell'intervista alla camera, ma instaurando un dialogo in scena. Philippe Azoury ha accolto da subito con entusiasmo la nostra proposta, anche perché ha più volte collaborato ai libri fotografici di Antoine ed è un suo caro amico.
Il lavoro in coppia con Tommaso Lusena come si è svolto?
Possiamo dire che è stata una collaborazione basata sulla complementarietà degli approcci. io vengo dalla scrittura e dalla produzione, mentre Tommaso viene dalla fotografia per cui abbiamo lavorato in stretta reciprocità sia in fase di riprese che in fase di montaggio.
Il vostro lavoro ha ottenuto un importante riconoscimento a Torino: come è stata quell'esperienza?
E' stata una bellissima esperienza, anche per l'atmosfera appassionante del festival e degli ospiti. Dopo Torino siamo stati invitati al prestigioso IDFA di Amsterdam e lì, nonostante i sold out e la straordinaria partecipazione del pubblico, non abbiamo vissuto la stessa esperienza a livello emotivo e di condivisione tra filmakers e addetti ai lavori. L'unica nota dolente a Torino è stata la presenza altalenante e compulsiva della stampa italiana, troppo attenta a gossip e red carpet e poco invece alla qualità dei film, e dei film documentari in particolare.
A cosa sta lavorando ora?
Sto lavorando a un nuovo documentario dal titolo "Cosmic Energy", un lavoro senza dubbio meno complesso del film su D'Agata, e al mio primo romanzo che uscirà nel 2010.
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