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Intervista a Emiliano Dante, regista di "Into the blue"

Carlo Griseri avatar Domenica 27 Dicembre 2009, 08:29 in Interviste, Torino Film Festival di Carlo Griseri

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Into the blue è un (altro) documentario sul post-terremoto in Abruzzo, ma è diverso da tutti gli altri perché voluto, pensato e costruito direttamente da persone (dal regista a ogni membro del 'cast') colpite da quella tragedia, e quindi nato spontaneamente dalle tendopoli. 

In concorso all'ultimo Torino Film Festival, il documentario è diretto da Emiliano Dante, che abbiamo voluto intervistare per sapere di più di questo suo progetto. 

Questa la trama: Emiliano, Valentina, Paolo, Elisabetta, Stefano e Alessio vivono nella tendopoli di Collemaggio dopo il disastroso terremoto aquilano del 6 aprile. Qualcuno è regista, qualcuno musicista, altri vorrebbero fare gli attori… così le loro storie reali, di persone che non vogliono smettere di sognare e desiderare, si mescolano ad altre immaginate che reinventano i rapporti e le relazioni. 

Come nasce questo progetto?

Sin dall'inizio, ho vissuto il terremoto non solo come una calamità che ha colpito la mia città, ma come una condizione esistenziale nuova, a cui non mi potevo né mi volevo sottrarre. Di conseguenza, ho avuto una reazione molto attiva nell'immediato post-terremoto: ho partecipato alla fondazione del primo comitato cittadino, ho pubblicato un libro (Terremoto Zeronove), ho curato i corsi di una piccola scuola superiore nella tendopoli e ho convinto il mio editore, Edoardo Caroccia, a comprare l'attrezzatura per girare Into The Blue.
E' stato un bello sforzo, da parte sua, anche perché Edoardo ha perso l'unica collaboratrice nel terremoto, senza considerare sede e archivio. Insomma, era in un momento di grande difficoltà.
Ma "fare" era l'unico verbo disponibile, in quel momento era l'unica reazione possibile per entrambi. Sicché ci siamo imbarcati nel progetto. Nel risultato finale, Into The Blue è un film sulla vita in tendopoli, un film che non mira a descriverla, ma ad esprimerla.
E' a cavallo tra documentario e fiction, ma non è propriamente né l'uno né l'altro. Sono restio a usare il termine 'docu-fiction' sia perché odio tutti gli ossimori postmoderni (infotainment, glocal ecc...), sia perché la 'docu-fiction' normalmente è esattamente il contrario di quello che abbiamo fatto: la docu-fiction è vedere oggi i pompeiani che scappano mentre la lava scende. Al contrario, Into The Blue non è un film 'sul', ma 'del' terremoto: recitazione, regia, musica, montaggio e via dicendo sono interne al terremoto: siamo tutti terremotati, cast e crew.
Tornando all'esempio di Pompei, Into The Blue non è la ricostruzione, ma l'espressione della lava che scende e della gente che fugge.

Come avete scelto quali storie raccontare, e perché?

Credo che il reale motivo della scelta delle storie sia la rivendicazione della complessità, il desiderio di sottrarsi all'appiattimento a cui siamo stati sottoposti dai media e, in parte, a cui ci siamo sottoposti autonomamente, perché non in grado di reggere la situazione.
Ogni terremotato è stato oggetto di un'attenzione mediatica impressionante. Nove volte su dieci, però, a chi ci intervistava non interessava la complessità di quello che vivevamo. Cercava solo di avere un testimonial pro o anti-governativo: non voleva sapere della persona, voleva vedere la macchietta.
Paradossalmente, invece, il terremoto ha aumentato esponenzialmente la nostra necessità di esprimerci, di fare, di riconsiderarci e riformularci. Per questo ho voluto fare un lavoro sull'auto-rappresentazione. Tanto più che il problema del 'chi sono', già estremamente complesso nella normalità, diventa enorme dopo un evento come il terremoto, perché la nostra idea di noi stessi è determinata dalle nostre abitudini e dai nostri luoghi.
Dal momento in cui luoghi e abitudini vengono distrutti, avviene un processo di profonda ridefinizione individuale. Into The Blue è espressione e parte di questo processo.

IntoTheBlueIlBimbo.jpg

Sarebbe utile e importante che questo tipo di documentario - molto più di altri - raggiungesse il più alto numero possibile di persone: come si pone in questo senso? Ci sono progetti a tale riguardo (penso all'estrema accessibilità di un prodotto come FromZero.tv)?

Ho una profonda ammirazione per FromZero. E' un'operazione utile, bella, efficace ed innovativa. La mia condizione, però, è molto diversa perché FromZero viene da fuori e attinge da sponsor pubblici e privati, che consentono di compiere il lavoro e metterlo in rete.
Al contrario, noi partiamo da dentro e abbiamo lavorato solo con fondi propri. Alla fine, invece di guadagnare con il mio lavoro, ci ho rimesso di tasca mia pur non essendo uno dei produttori, pur non disponendo affatto di un capitale e pur vivendo in condizioni per lo meno molto disagiate. Questa differenza fa sì che, prima di metterlo in rete, vorrei che il film girasse un pochino. Anche perché la rete è perfetta per l'universo a pillole e episodi di FromZero, mentre è meno adatta a un lungometraggio.

Il lavoro sulla musica ha visto partecipare lo stesso 'cast': come nasce l'idea?

Sin dal mio primo cortometraggio, ho deciso programmaticamente che ogni mio lavoro avrebbe avuto una dimensione musicale originale, nata con le immagini. Nel caso di Into The Blue, essendo un lavoro che mirava a esprimere la tendopoli dall'interno, era giusto che la musica fosse espressione diretta della tendopoli.
E' la prima volta che non compongo le musiche interamente da solo, ma mi è sembrato naturale... In tendopoli, specie nei primi mesi, tutti suonavano la chitarra, tutti contemporaneamente: a volte era esasperante, ma sicuramente vivo e suggestivo, allo stesso tempo molto individuale e molto collettivo. Quando ho deciso come impostare la musica del film, ne ho tenuto conto, tanto più che nel cast c'erano più musicisti che attori.

Continuerete a monitorare la situazione con documentari?

La mia idea iniziale era di continuare, ma non so se sarò nelle condizioni di farlo. Dipende da molte cose. In ogni caso, come attitudine, non uso l'audiovisivo per monitorare, quanto per esprimere. Non ho il passo del giornalista, specie con la videocamera.

L'esperienza del Torino Film Festival come è stata?

Straordinaria, mi ha dato davvero moltissimo. Non solo perché mi sono divertito come un matto, ma anche perché mi ha permesso di capire meglio il mio stesso lavoro, il suo senso e le sue dimensioni. L'ho mostrato per la prima volta a persone che non hanno alcun rapporto diretto con il terremoto. E mi sono accorto che alcuni aspetti del film vengono recepiti in modo profondamente diverso che a L'Aquila. Questo è banale, ma è una banalità che non vedi, finché stai in tenda, nel terremoto.
Per esempio, lo sguardo in sala tende a vedere il film con gli occhi della più pura fiction, come se le tende fossero state piantate in uno studio. Di conseguenza, qualcuno si è lamentato del fatto che ho fatto un film dalla fotografia troppo 'pulita' e 'carina', che non esprimeva la difficoltà della situazione. Questo è molto interessante.
Quando Spielberg gira lo sbarco in Normandia, nessuno spara o tira bombe e lui usa la camera a mano per farti sentire 'come se' tu fossi lì. Il mio è l'atteggiamento inverso. Io nei casini ci stavo davvero e la pulizia della fotografia voleva riscattarli, trasfigurarli, sfidarli - se vogliamo.
Non avevo alcun desiderio di fare un film-lamento, ma un film-trasformazione. Ma, per comprendere e apprezzare questo atteggiamento, devi cogliere a pieno la situazione antecedente alla tua visione, devi valutare anche il processo che genera l'opera, non solo l'opera in quanto tale. E' una cosa che gli spettatori sono poco propensi a fare, specie quelli cinematografici.

Tra i vari titoli realizzati in questi mesi sullo stesso tema quali ha visto, cosa ne pensa? Crede possa servire a qualcosa (e a cosa) questa grande attenzione (penso anche al film che sta finendo Clooney nell'area)?

A parte FromZero.tv, la cosa migliore tra quelle che ho visto mi è parsa il lavoro di Ferzan Ozpetek, che ha un che di cinico e distaccato, sotto certi aspetti, ma mi ha anche commosso molto. L'utilità dei film rispetto alla città, poi, è un discorso complesso. In generale, credo che la ripresa della città dovrebbe dipendere dalla forza della città, punto e basta.
Essere al centro dell'attenzione mediatica - posto che non è più possibile - non è necessariamente un bene. Se non fossimo stati al centro di una massiccia campagna mediatica, per esempio, forse la gestione dell'emergenza sarebbe stata un po' meno sensazionalistica e un po' più razionale.

Quali sono i suoi progetti futuri nel campo del documentario? 

Onestamente è difficile rispondere, innanzi tutto perché ho molti dubbi sulla parola stessa 'documentario'. A rigor di logica, 'documentario' non indica un che di ontologico, ma un intento. E il mio intento - almeno con gli audiovisivi - è sempre e solo espressivo. Oltre tutto, in questa società il senso del documento è in profonda crisi.
L'idea di prova documentale è stata privata di senso da una prassi che preferisce la suggestione all'esattezza, la comodità al rigore. La postmodernità è questo. A L'Aquila i giornalisti vengono messi di fronte a set già fatti... O trasformano essi stessi il posto in un set, gli intervistati in cast.
E' un problema dell'Italia berlusconiana? Troppo facile: Berlusconi è espressione della società, non viceversa. Tant'è che Annozero lascia interpretare a degli attori fatti reali o supposti tali - e in teoria è quanto di più anti-berlusconiano ci sia sulla piazza.
E' lo stesso atteggiamento. Il documentario presuppone una società che ha il senso del documento e della verità. La nostra non ce l'ha. Perché? Perché è pigra. La verità, specie la verità dei laici - la verità con la v minuscola - richiede attenzione, presuppone ricerca.
Oggi si ama lo schema, il 'corretto', il prêt-à-croire, per dirla con Baudrillard. A che serve un documentario, in una società così? Lo chiedo come provocazione, ma - ugualmente - anche con molta inquietudine.

Per maggiori informazioni visitate il sito

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