Il progetto di Daniele Vicari e Pietro Pelliccione, L’Aquila bella mé, prodotto da Vivo film con Minollo Film e Relief, diretto da Pelliccione e Mauro Rubeo è stato presentato all'ultimo Festival del Cinema di Roma.
Il documentario nasce per raccontare i giorni e le settimane successive al terremoto che ha colpito l'Abruzzo nello scorso aprile, investendo 46 comuni e uccidendo 308 persone.
Pelliccione e Rumeo, entrambi abruzzesi (rispettivamente de L'Aquila e di Avezzano), hanno raccontato una storia "narrata da un punto di vista totalmente interno alla città, che della città documenta senza filtri le emozioni, la rabbia, i pensieri, il lento mutare". Un progetto pensato in più parti: nella seconda saranno raccontati i mesi successivi, con il G8 de L'Aquila, la riapertura delle scuole e la consegna delle prime case.
Abbiamo intervistato il produttore Vicari e i due registi.
Ho trovato il documentario molto interessante, ben realizzato (anche se ovviamente le riprese a volte non erano delle migliori, ma in lavori di questo tipo è inevitabile e va bene così). L'unico appunto è per il ripetersi - a volte esagerato - di quei 3-4 volti nel corso degli 80', quasi come se la tragedia (e l'impegno nel dopo-terremoto) fosse solo di quei 3-4 e non di un'intera popolazione colpita. Quanto materiale avevate di girato? Come è stata fatta la scelta di montaggio?
Pietro Pelliccione (P.P.): Si è cercato di fare un film corale, che spaziasse in varie direzioni e che raccontasse situazioni molto diverse e anche in contrasto tra loro. Questo per rendere l'idea della complessità socioculturale e della vastità del territorio interessati, tuttavia non si poteva, per intrinseche problematiche di linguaggio, non porsi il problema di come sintetizzare la narrazione degli accadimenti in forma di documentario. Così si è deciso di raccontare il sisma attraverso le vicissitudini, le scelte, i gesti e le problematiche quotidiane, in breve i vissuti di pochi individui che esattamente come tutti gli altri aquilani secondo la propria natura e ognuno con le sue abilità si sono dovuti per forza di cose cimentare quotidianamente (lo fanno tuttora) con tutto quello che il terremoto è stato e ad oggi ancora è. Da un archivio di oltre 200 ore si è così arrivati agli ottanta minuti che costituiscono la prima parte, il diario montato dei primi due mesi e mezzo.
Mauro Rubeo (M.R.): Quando ti trovi a girare in una situazione che è come quella di guerra, dove la gente è disperata, impaurita, arrabbiata, dove si avverte e c'è il pericolo di nuove scosse e crolli, si gira il momento, l'attimo, che non sono ripetibili e non sono programmabili, ma sono improvvisi. Se hai la telecamera accesa li catturi, in velocità, non ti puoi fermare a pensare, a ricercare troppo l'estetica, perchè l'attimo è già passato, la frase è già stata detta e non viene ripetuta, non allo stesso modo. Non è finzione, non sono attori, è la realtà della vita vera che ti scorre davanti agli occhi, davanti all'obiettivo. Non è possibile raccontare una tragedia grande come quella del terremoto seguendo tutto e tutti, non si può essere ovunque, bisogna per forza fare delle scelte e sintetizzare. Abbiamo cercato di mostrare l'universale col particolare, anche se vediamo momenti generali, poi seguiamo poche persone nei luoghi e nelle situazioni, queste persone ci raccontano e ci mostrano le situazioni e l'impegno che sono di tutti. Inoltre non si sono ricercati sensazionalismi, dramma, pianto, pietà, ma si è lavorato con umiltà, onesta e sincerità, partecipi del dramma e della situazione, anche perchè noi siamo coinvolti nella vicenda.
Daniele Vicari (D.V.): Lo spontaneismo che caratterizza il girato è una caratteristica ineliminabile di un lavoro fatto sul campo da persone coinvolte negli
accadimenti. Non sono d’accordo con l’osservazione sui “volti”, in un film bisogna operare per forza una sintesi, ci vuole qualcosa che conduca la camera nei luoghi o nei significati che si vogliono mostrare, non ci sono molti modi per farlo, o si utilizza un'invadente voce narrante o si “seguono” alcune persone. Noi abbiamo scelto la seconda opzione perché quelle persone lì hanno innumerevoli rapporti
sociali e vivono situazioni che hanno un forte legame con la città.
Come è nato il progetto? E come ne siete entrati a far parte?
P.P.: Daniele Vicari mi ha chiamato subito, la mattina del 6 aprile, e successivamente è venuto a L'Aquila per accertarsi dell'accaduto, poiché da sempre è molto legato al territorio abruzzese. Parlando ci siamo resi conto che l'unica cosa giusta da fare era un osservatorio su quanto stesse succedendo, e siccome noi ci nutriamo di cinema non potevamo fare altro che imbracciare una camera e spingerci in ricognizione tra tendopoli e macerie, tra comitati e volontari del soccorso, con gli sfollati nelle mense della Croce Rossa, con i vigili nelle basiliche e nelle abitazioni, all'università e ai concerti, dovunque la vita stava reagendo alla tragedia e al dolore. Gli obiettivi che avevo sono quelli che ancora mi spingono, raccontare la vita di una comunità disastrata che ogni giorno, giorno per giorno, deve reagire alla sua disgregazione.
M.R.: A L'Aquila ho vissuto e ho studiato per oltre 6 anni e lì ho molti amici. Fin dalla notte del terremoto mi sono messo subito in contatto con loro. Il giorno dopo sono andato a L'Aquila ad incontrarli e lì ho rivisto anche Pietro con cui avevo frequentato la scuola di cinema della città. Lui mi ha chiesto se potevo dargli una mano con le riprese per realizzare un documentario, poi ho incontrato Daniele Vicari e Gregorio Paonessa che hanno visto il mio lavoro e hanno voluto che facessi parte del progetto. Ritenevo fosse giusto documentare e raccontare il terremoto da un punto di vista interno alla vicenda e alla città, da parte di persone che quella città la conoscono e l'hanno vissuta, che conoscono gli aquilani e che quella terra gli scorre nel sangue. Abbiamo cercato di raccontare la quotidianità e di mostrare la volontà dei cittadini di reagire e ripartire, di raccontare L'Aquila in modo che L'Aquila si raccontasse da sola, dar voce a L'Aquila stessa, senza filtri e senza veli.
D.V.: Ho pensato insieme a Pietro di fare un lavoro di documentazione fuori dai circuiti tradizionali dell’informazione che in quel momento erano preponderanti. Spero che questo lavoro porti ad un “diario” della ricostruzione. Ovviamente sarà un punto di vista “parziale” ma interno alla città de L’Aquila e ciò lo differenzia e lo
differenzierà da tutti gli altri lavori che si stanno facendo.
L'intervista continua tra poco.
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alle 19:01
vario
secondo me le cose vanno sempre affrontate presupponendo quelle possibilità che sono tutte interne alle Verità