Intervista a Roberto Curti, autore di "Demoni e dei"
Pubblicato da Carlo Griseri alle 08:27 in Biblioteca del cinema, Intervista
Roberto Curti, redattore di «Nocturno Cinema» e collaboratore del Mereghetti, è l'autore del saggio "Demoni e dei. Dio, il diavolo, la religione nel cinema horror americano" edito da Lindau (520 pp., 27 €).
"Demoni e dei ripercorre la storia del cinema horror made in USA dagli albori del sonoro ai giorni nostri secondo una chiave di lettura inedita, ma molto convincente e fondata, cioè l’evoluzione della sensibilità religiosa americana, dall’eredità puritana fino alla recente esplosione di credi e confessioni, peraltro assai presenti sulla scena pubblica", spiegano dalla casa editrice nel presentare il volume.
Abbiamo intervistato Roberto Curti.
Come nasce uno studio così approfondito e appassionato (oltre che, ovviamente, dall'amore per il genere)?
L’idea è nata nel 2006, quando mi è stato commissionato un saggio per un volume (curato dall’amico e collega spagnolo Antonio José Navarro) edito in occasione della “Semana de cine fantastico y de terror” di San Sebastian e dedicato al cinema horror statunitense tra il 1968 e il 1980. Ho pensato di incentrare il mio lavoro sull’ossessione religiosa che pervade molti horror del periodo e sulle contrapposizioni politiche, sociali e generazionali che vi sottendevano (penso a film come In corsa con il diavolo, con Peter Fonda e Warren Oates, che è quasi una postilla beffarda di Easy Rider in chiave horror, o Messia del diavolo, diretto da Willard Huyck, lo sceneggiatore di American Graffiti). Ben presto però mi sono reso conto che il discorso era così ampio da potersi agevolmente espandere, e abbracciare l’intera storia dell’horror americano alla luce del rapporto dell’America con la religione. Analizzando, nei limiti del possibile, i legami tra la storia, la tradizione e la letteratura Usa e il cinema. L’America è fin dalla nascita un paese imbevuto di religione: quello dei Padri Pellegrini è un viaggio verso una terra promessa, un Eden in cui fondare una nuova comunità; ma la loro vicenda di esuli in fuga dalla patria ripercorre le pagine bibliche della cacciata di Adamo dal giardino dell’Eden. E i puritani vivevano la religione in una duplicità paradossale: da un lato la fede nella grazia e nel paradiso, dall’altro lo sgomento nei confronti di un Dio terribile e punitivo. Un’ambiguità che ritroviamo, filtrata dai secoli e dalla Storia, nel cinema americano in generale, e nell’horror in particolare. E il terrore, come avevano intuito mistici e filosofi, è assai prossimo all’estasi religiosa, quando questa svela la miseria della finitezza umana sospesa tra gli abissi dell’infinito e del nulla.
L'impressione che si ha affrontando il suo testo è che chi dice che i film horror sono di un genere minore, senza spessore, non sa di cosa parla: è d'accordo?
L’horror è di per sé un genere rivelatore, poiché mette lo spettatore di fronte alle proprie paure più riposte. Il che non significa di per sé rivalutare indiscriminatamente tutto quel che passa il convento: sappiamo benissimo che in una mole produttiva quale è quella dell’industria Usa – ma il discorso vale anche per altri generi o cinematografie, inevitabilmente – la percentuale di film brutti è endemicamente altissima. Ma talvolta pellicole minori o francamente brutte possono offrire chiavi di lettura interessanti o rivelatorie. In quanto prodotti di una società e di un momento storico, risentono del clima sociale, degli intendimenti di chi le ha scritte e prodotte, anche a un livello istintivo, epidermico. E nel cinema horror americano sono molte le pellicole che offrono spunti di questo tipo. Inoltre vorrei sottolineare che il mio intendimento era di evitare per quanto possibile una semplice lettura estetica: non mi interessa cioè far sapere al lettore se il tale film è bello o brutto (e allo stesso modo non è una cosa che mi interessa leggere quando prendo in mano un saggio di cinema), quanto piuttosto offrire spunti per inquadrarli all’interno della cultura che li ha prodotti.
La sensibilità religiosa americana, oggetto del suo lavoro, ha avuto uno dei suoi momenti più tesi negli anni della presidenza Bush: si respira - cinematograficamente - un'altra aria nell'era-Obama?
È ancora presto per dirlo, ma penso che la tendenza dei prossimi anni sarà di allontanarsi dalle recrudescenze dell’era Bush: per fare esempi concreti, rimanendo all’horror, pellicole come I segni del male o The Exorcism of Emily Rose erano profondamente radicate nel pensiero Neocon. Diversamente, un film a mio avviso di notevole fattura come The Mist di Frank Darabont è già un’avvisaglia dell’era Obama: la minaccia da affrontare non sono più solo i mostri che dalla nebbia assediano i protagonisti, ma anche e soprattutto la spiritata fondamentalista che sobilla gli assediati con le sue profezie apocalittiche. Detto questo, certi temi – come l’ansia apocalittica, l’insistenza sul demonio e sulle sue lusinghe – sono imprescindibili nell’horror Usa: ma sarà curioso vedere come la passione e la fiducia propositiva propagandati dal nuovo corso di Barack Obama si ripercuoteranno su un genere che ha vissuto i suoi momenti migliori in periodi di turbolenza sociale.
Un titolo e un autore emblematici in questa sua ricerca?
L’esorcista rimane ancora oggi una pellicola fondamentale, con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti, un crocevia del pensiero horror americano in un decennio catartico come i ‘70. Ed è anche una pietra di paragone interessante per analizzare la dialettica tra testo scritto e testo filmato, che nel caso del romanzo di Blatty e del film di Friedkin è composita e affascinante. Tra le uscite più recenti, mi piacerebbe segnalare un film non conosciutissimo, ma secondo me molto interessante, Frailty (2001), di e con Bill Paxton. Che, sotto la scorza da parabola horror e insieme racconto perverso di formazione alla Stephen King, è una fotografia perfetta dell’America dell’era Bush, appena prima dell’11 settembre. Dovendo indicare un autore, direi invece John Carpenter. Purtroppo è inattivo da troppi anni, ma tra i ’70 e i ’90 ha rivoluzionato il genere - anzi, i generi – dall’interno, e i suoi lavori contengono un punto di vista decisamente eretico nei confronti della tradizione e delle istituzioni religiose. E Il signore del male rimane a mio avviso uno degli horror più maturi, complessi e genuinamente spaventosi (per le implicazioni filosofiche, religiose, cosmologiche che mette sul piatto) di tutti i tempi.
Leggendo il suo testo, nasce il dubbio che gli spettatori che si avvicinano all'horror per essere 'alternativi' e 'fuori dal sistema' senza accorgersene si ritrovano sullo schermo dei lavori profondamente legati all'iconografia e alle credenze religiose: è un'impressione sbagliata? Sembra che dietro alle sembianze del diavolo si nasconda - abilmente? - qualcosa di più 'divino'...
La simbologia religiosa applicata all’horror è una costante, evidente già in un classico come Frankenstein, dove il rapporto tra creatore e mostro diventa una parafrasi di quello tra Dio e l’uomo nella Genesi. In La moglie di Frankenstein, poi, Boris Karloff è una vera e propria figura cristologica, e in una scena è rappresentato nell’immagine icastica della crocefissione. Ed è vero che molte pellicole in apparenza iconoclaste nascondono in realtà messaggi di segno opposto. Penso a certi horror anni ’80 che adottano una prospettiva ambivalente nei confronti di fenomeni come il “satanic panic” coevo, o a un film come The Exorcism of Emily Rose, lanciato negli Usa con una strategia di marketing mirata agli spettatori di fede cristiana.
Il testo è stato stampato a febbraio: in questi mesi ha visto qualche titolo che avrebbe aggiunto volentieri?
Su due piedi, nessuna aggiunta fondamentale. Magari qualche annotazione per pellicole di minor interesse, ancora inedite da noi. Pandorum, con Dennis Quaid, è un horror fantascientifico ambientato su un’astronave, in viaggio ultracentenario verso un pianeta/terra promessa dopo che la Terra ha esaurito tutte le risorse, sulla quale si nascondono mutanti antropofagi: in una delle scene centrali un personaggio racconta l’origine di questi mostri, in una parabola che parafrasa la Genesi e al contempo cita l’evoluzionismo darwiniano (un altro degli argomenti più scottanti e controversi a cui si è abbeverato negli anni l’horror Usa). House of the Devil di Ti West è un piccolo horror a basso costo che rifà pari pari i film sulle sette sataniche così in voga nei primi anni ’70, con un piglio filologico non dissimile – almeno nelle intenzioni – da quello di Rob Zombie.
Come ha affrontato (praticamente) un lavoro di così ampio respiro? Rivedendo i film, affidandosi alla memoria, rielaborando appunti presi negli anni... ?
Rivedendo sistematicamente tutto, talvolta anche più volte, come nel caso di pellicole come L’esorcista, Cape Fear, Seven; ma anche rileggendo Twain, Melville, Hawthorne, Poe. E affrontando un buon numero di saggi sul cinema, la cultura, la politica e la letteratura, come il fondamentale Amore e morte nel romanzo americano di Leslie Fiedler, che contiene pagine illuminanti sul rapporto dell’america con la religione, o La religione civile in America di Robert Bellah.
Leggendo la sua bibliografia un'idea ce la si può fare, ma cosa guarda Roberto Curti quando va al cinema?
In realtà i libri che ho scritto sono in parte fuorvianti, dato che la mia prima grande passione, maturata da bambino, è stato il western classico statunitense (John Ford, Anthony Mann, Howard Hawks). Ma il film che mi ha cambiato la vita è stato 2001 odissea nello spazio, e ho perso il conto delle visioni di Shining. Sono arrivato al cinema italiano di genere come molti della mia generazione, attraverso le tv private selvagge dei primi ’80, prima per curiosità, poi con passione sempre maggiore, che tuttora mi spinge a rifocillarmi di pellicole misconosciute. Abitando in un piccolo centro sguarnito di sale cinematografiche, devo fare scelte drastiche riguardo ai film che escono in sala. E preferisco affrontare un’ora di auto per recuperare un film di Kaurismaki in un cinemino scalcinato piuttosto che fare la coda alla multisala più vicina. Poi, è chiaro, ho come tutti, i miei amori e odi cinefili. Ad esempio, se Lars von Trier anziché il regista avesse fatto un altro mestiere, penso che il cinema ci avrebbe guadagnato.
Lei è un autore molto prolifico: di cosa vorrebbe scrivere ancora? Qual è il suo libro che le è più caro?
Gli argomenti non mancano. Vorrei provare a cimentarmi su uno dei miei cineasti preferiti, Henri-Georges Clouzot, l’autore di Il corvo, Vite vendute, I diabolici. Con i miei libri ho un rapporto conflittuale, mentre li scrivo mi ci immergo completamente ma una volta finiti faccio fatica a rileggerli, soffro per gli errori, le omissioni, i se e i ma. Potessi, li riscriverei daccapo. E non ne sarei comunque contento. Demoni e dei per il momento si salva, ma solo perché è ancora troppo “fresco” (anche se nel frattempo è già uscito un altro mio volumetto, Rock-o-rama, sul rapporto tra cinema e musica rock).
Quali sono i suoi testi di riferimento nell'ambito della saggistica cinematografica?
Uno dei primissimi libri di critica che ho preso in mano è stato il Kubrick di Michel Ciment. Poi ovviamente il libro-intervista di Truffaut a Hitchcock, quello di McBride a Hawks, il John Ford di Lindsay Anderson, i Castori, poi via via i volumi di Andrew Sarris, David Bordwell, Robin Wood, Robert Kolker... Tra i critici italiani, oltre ai decani Kezich e Fofi, di cui spesso non condividevo le prese di posizione pur apprezzandone l’acume e la prosa, ho amato molto gli scritti di Giovanni Buttafava e Immagine del disastro di Enzo Ungari. E nutro grande ammirazione per Alberto Pezzotta – autore di splendidi volumi su Mario Bava, Abel Ferrara, Damiano Damiani e sul cinema di Hong Kong – e per Paolo Mereghetti: collaborare al suo Dizionario è per me un onore e un privilegio. Nel campo dell’horror, oltre ai contributi storici di autori come Wood e David Pirie, un saggio ancora attualissimo (e molto divertente) è Nightmare Movies dell’inglese Kim Newman, che è anche un discreto romanziere. E ho trovato commovente la biografia di uno dei miti della serie Z, Andy Milligan (The Ghastly One), a opera di Jimmy McDonough. Ma sicuramente ne dimentico molti.







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