Ospite del Sottodiciotto 2009, a Torino, Mike Leigh è stato protagonista di un incontro con la stampa in cui si è parlato di molti argomenti, in particolare del suo cinema ma anche dei suoi 'Maestri', dei noiosi film di Antonioni e dei giovani d'oggi. Leigh inizierà in questi giorni il montaggio del suo nuovo film.
Puntualissimo, dopo una 'very british' cup of tea si è concesso per oltre un'ora alle curiosità dei presenti: vi riportiamo in questo post la conversazione, (quasi) per intero.
Il suo viene definito il 'cinema degli invisibili', degli emarginati: si riconosce in questa definizione?
Dipende in realtà da come si considera la società: il margine diventa tale solo se ci si posiziona in un punto lontano da esso. Definire il mio come un cinema dei margini è un errore di lettura, sia politico che filosofico. Io tratto di persone, e ognuno di noi è al centro del proprio universo. E' corretto se si dice che nei miei film i personaggi sono alienati, isolati rispetto al resto della società: sono persone invisibili per il resto della società. Mi piacerebbe poi che il mio cinema non fosse considerato così facilmente definibile, che fosse considerato più complesso di così.
La crisi economica di questi tempi l'ha condizionata in qualche modo?
E' un processo naturale, tutti gli artisti devono tirare fuori le antenne in ogni situazione per assorbire ciò che li circonda.
Come arriva dall'idea iniziale alla realizzazione di un film?
Non parto mai da un'idea per i miei film, li realizzo come un pittore realizzerebbe un quadro. Per me si tratta di un viaggio verso la radice del film per capire di cosa tratti.
Come lavora con i suoi attori?
E' un segreto industriale! Un po' di lavoro sulla recitazione, un po' di improvvisazione... Per portare avanti questo processo mi devo circondare di attori intelligenti, con una grande percezione e una grande professionalità, che siano capaci di 'diventare' i personaggi. Per questo motivo mi trovo meglio a lavorare con attori adulti, che hanno la maturità necessaria, e non con i bambini.
Nel mio approccio al cinema il personaggio è al centro dell'attenzione, non l'attore: in genere è il contrario, e il regista deve cercare un compromesso tra l'attore e il personaggio. Io no, parlo molto con i miei protagonisti per fare in modo che abbiano presente ogni caratteristica del personaggio, come vive, cosa pensa. Sally Hawkins in La felicità porta fortuna ha messo la sua energia, la sua vitalità, la sua joi de vivre, ma sempre all'interno di questo tipo di lavoro.
Nessuno dei miei attori ha idea di ciò che gli altri dovranno recitare, sanno solo quello che devono fare loro e mano a mano scoprono il resto della storia: è un viaggio che facciamo insieme verso la fine del film, un viaggio che richiedere un lungo percorso di lavoro, prima ancora di iniziare le riprese. Creiamo uno spazio sicuro in cui riescano a lavorare al meglio.
Il suo rapporto con la musica?
Proprio per questo mio metodo di lavoro, il compositore delle colonne sonore dei miei film non ha alcun riferimento ad una sceneggiatura, semplicemente perché non c'è sceneggiatura. Passiamo poi molto tempo insieme in sala di montaggio, che è il momento che preferisco nella lavorazione.
Basta guardare i miei film per capire quale musica io ami: niente di elettronico, ma jazz, classica (Schubert e Mendelssohn, per dirne due) e in generale tutto ciò che viene suonato da un'orchestra.
Un ricordo di Segreti e bugie?
I finanziatori volevano farmi tagliare due scene, io mi sono imposto e loro hanno così deciso di boicottarlo: non volevano portarlo a Cannes, lo hanno mostrato a tanti acquirenti sperando che anche loro dicessero di tagliarle. Invece tutti si opposero, il film uscì come volevo io, andò a Cannes e vinse la Palma d'Oro.
Mi sembra di aver visto che nella versione italiana quelle due scene manchino: se incontrassi il distributore gli sparerei, e se la pistola non dovesse funzionare gli romperei una gamba. Una reazione molto siciliana, poco british.
Ha un consiglio per i giovani che vogliano fare cinema?
Oggi la tecnologia permette a tutti l'accesso al cinema, con pochi soldi. Quello che consiglio è quindi di fare film, senza scendere a compromessi, e portare storie che vengano dal loro cuore, non fate imitazioni di altri film precedenti. Tarantino lo fa, ma lo fa molto bene: ma sappiate che non è l'unico modo di fare cinema. Cercate un vostro linguaggio.
Cosa pensa del cinema di Ken Loach?
Entrambi siamo venuti dal mondo della televisione e abbiamo realizzato film che trattano la vita reale, di tutti i giorni. Ma, oltre alle nostre differenze stilistiche, nei suoi film il messaggio è sempre uno ed evidente: Loach è un marxista impenitente! Nei miei non è mai così esplicito, io cerco di dialogare in modo che chi guarda possa costruire il messaggio.
Ha mai pensato di realizzare documentari?
No, non ci ho mai pensato: io sono un natural born storyteller, un raccontatore di storie. E poi non riesco a pensare di non inserire nelle mie storie dello humour, una cosa che il documentario non mi permetterebbe.
L'ottimismo di La felicità porta fortuna è anche suo?
Il mondo in cui viviamo è decisamente incasinato, sarebbe facile cadere nel pessimismo. Ma ci sono persone che continuano a fare ciò che deve essere fatto, come chi insegna ai bambini, il mestiere di Poppy nel film: è un lavoro che non si può fare con pessimismo.
Lei lavora con scene e tempi lunghi, come si rapporta al pubblico giovane, abituato a tempi molto diversi, più rapidi?
Penso che ci sia spazio per tutti i tipi di esperienze, non credo che i giovani oggi siano incapaci di seguire qualcosa che richieda concentrazione. Se la gente vede qualcuno che si vuol buttare giù da un palazzo sta anche quattro ore ferma a guardarlo, più o meno giovani che siano, senza problemi di concentrazione!
Ma non penso che i miei film siano lunghi, noiosi e insopportabili: in confronto ad alcuni titoli di Antonioni sembrano le Silly Symphonies della Disney! Chiarisco: mi piace molto l'Antonioni degli anni '60, ma trovo alcuni suoi titoli successivi davvero noiosi...
Da chi è stato influenzato nella sua carriera di regista?
Ermanno Olmi, Satyajit Ray, Yasujiro Ozu, la Nouvelle Vague, Akira Kurosawa. E non posso dimenticare Vittorio De Sica, ovviamente.
Quale rapporto c'è nel suo cinema tra forma e contenuto?
E' un rapporto basilare per me: forma e contenuto sono intercollegati, uno serve l'altro. Si potrebbe pensare, visto che non lavoro con sceneggiature, che la forma per me venga 'di conseguenza' allo svolgersi del film, ma non è così: lo stile è assolutamente centrale, sono sempre alla ricerca di dettagli stilistici.
Un esempio? Ne La felicità porta fortuna ho voluto usare una pellicola speciale prodotta dalla Fuji capace di dare colori brillanti, più idonei al tipo di storia raccontata, allo stile del film.
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