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Intervista a Michele Francesco Schiavon, regista di 'Stefano Bollani: Portrait in Blue'

Carlo Griseri avatar Martedì 3 Novembre 2009, 10:30 in Interviste, Uscite in dvd di Carlo Griseri

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Si intitola "Stefano Bollani - Portrait in Blue" ed è un documentario dedicato - come suggerisce il titolo... - ad uno dei più grandi musicisti jazz europei degli ultimi anni, Stefano Bollani

A dirigerlo è Michele Francesco Schiavon, a produrre la Harvey Film: il documentario, distribuito in dvd, affronta la carriera del jazzista attraverso una lunga intervista a lui e a tanti personaggi importanti per lui (Enrico Rava, Renzo Arbore, David Riondino, Mirko Guerrini,...). 

Per conoscere meglio il progetto (qui sotto un estratto video) abbiamo deciso di intervistare il regista. 

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La prima domanda è inevitabile: come nasce il progetto, quando e come ha conosciuto Stefano Bollani (e la sua musica)?

Ho conosciuto Stefano Bollani nel 2005 durante la realizzazione di un mio film sulla realtà jazz del Veneto. Stefano, oltre ad avere la madre veneta, frequenta spesso i nostri festival e parla il dialetto in un mix di rodigino e veronese. Tra l’altro, ho notato che ha la capacità di relazionarsi “accordando l’idioma” delle città che frequenta e per questo diventa immediatamente simpatico. Mi è sembrato da subito un personaggio intelligente su cui costruire un progetto documentaristico importante: Stefano incarna l’immagine che ha Gaslini del “musicista totale”, non solo in ambito jazz; è lontano dagli stereotipi e dalle etichette scomode. E poi mi è simpatico, perchè è un musicista libero dalla morsa delle Majors, dai progetti confezionati su misura e dalle imposizioni. Quando suona da solo, non ha nemmeno una scaletta della serata! L’altro aspetto importante è la sua musica. La cosa che mi ha colpito di più nel suo lavoro è la sincerità. È affidabile come i numeri nella matematica: sai sempre che non ti possono mentire, precisi ed ordinati. I numeri non mentono mai e nemmeno Bollani quando suona.

La struttura scelta è abbastanza classica, con interviste che ripercorrono la carriera dell'artista: probabilmente la scelta migliore per cercare di definire la vasta e articolata carriera di Bollani. E' stata la sua prima scelta o ha valutato altre possibilità?

Surreale. Ho pensato a questa come prima possibile interpretazione. L’ho abbandonata quando, prima di Vienna, incontrai Stefano per un tentativo di pianificazione del lavoro. Lui mi disse: <Purtroppo non vi posso garantire la mia disponibilità totale, sono sempre in giro...>. Non mi è rimasto che rincorrerlo. C’è comunque un richiamo surreale nel film.

Proprio a proposito dell'ecletticità bollaniana: ha influito la sua verve e la sua inventività nella realizzazione del documentario o è 'rimasto al suo posto'?

Assolutamente al suo posto. Non ha mai interferito e ha sempre rispettato le mie scelte.

Come è avvenuta la scelta dei brani inseriti, sia quelli musicali sia quelli "di intrattenimento"? Ha avuto problemi coi diritti di alcuni brani (penso alla parte in cui si parla della musica brasiliana e 'manca' un pezzo di quel repertorio)?

L’idea era quella di proporre il più possibile il suo lavoro scritto, non le interpretazioni. La scrittura come elemento di unione nella sua molteplice forma, non solo musicale, e che diventa antitetica quando incontra l’improvvisazione. “Il domatore di pulci”, il brano scelto per Carioca, mi sembra pregno di quella passione per il Brasile che ha spinto Stefano ad imparare anche la forma linguistica di quella cultura. Non abbiamo avuto particolari problemi per i diritti, grazie anche al lavoro immenso di gestione e programmazione fatto dalla producer Floriana Bianchi.

Le interviste inserite sono numerose: le 'manca all'appello' qualche nome?

Se avessimo inserito tutte le interviste, il film sarebbe di quattro ore. Il materiale si sceglie in funzione di un lavoro di preproduzione preciso, sull’intento del film. Si rischia, ed è molto facile in fase di montaggio, di perdere le motivazioni principali, la struttura e la funzione di un progetto. Il lavoro più importante è togliere il più possibile. In questo il ritmo ed il sincronismo sono basilari come nel jazz. Sacrificare delle sequenze importanti, costate impegno anche economico per farle, è necessario se il film lo richiede. Ci sono altri nomi che avrebbero meritato visibilità, ma sarebbe stato un altro film non mio e di questo sono l’unico responsabile.

Quali destinazioni ha avuto e avrà questo documentario (festival, tv, ...)?

Bisogna volare bassi. Stiamo parlando di un documentario, genere che non appassiona come dovrebbe il pubblico italiano, che ha per soggetto un grandissimo musicista che però suona il jazz, forma espressiva ancora di nicchia. Mi piacerebbe che il documentario fosse più presente nei festival, ma va contestualizzato, da solo sarebbe sprecato. Va inserito in rassegne come quella della Casa del Jazz di Roma. Per quanto riguarda il broadcasting siamo in fase di trattativa con una tv satellitare, ovviamente francese. Abbiamo proposte per le tv nazionali in Olanda, Germania e Danimarca. Putroppo, ma è una regola ormai, non in Italia. Il professor Cerchiari, una delle presenze del documentario, ha posto iniziative di divulgazione in ambito accademico: in questi giorni sarà impegnato all’Università di Houston in un corso sulla musica jazz italiana e la proiezione del mio film è parte integrante dell’iniziativa. C’è poi il dvd che viene distribuito dalla IRD in tutto il territorio nazionale e che ha all’interno “ASUDA”, il brano integro girato al Flagey di Bruxelles, brano musicale presente nell’ultimo disco di Stefano.

Ci parli un po' di lei, una breve biografia e qualche informazione sui progetti futuri.

Sono ormai più di 25 anni che vivo l’ambito audiovisivo, ho lavorato molto nell’esplorare il lato tecnico di questo lavoro, prima come operatore, poi nella fotografia e ora, da qualche anno, misurandomi come autore. Mi piacerebbe continuare a raccontare le persone del jazz, fare di questi film una serie. Penso a Fresu, Pieranunzi, Rava e ai tanti talenti italiani. Per citare un autore: il documentario è “l’album di famiglia” di una cultura, di una nazione. Dovremmo esserne fieri, mostrarlo a tutti nelle occasioni di festa. Purtroppo in Italia siamo sempre più orfani, aggiungo io.

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