"L'Italia del nostro scontento", diretto da Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli, è un documentario nato da un'idea di Franco Scaglia e presentato all'ultimo Festival di Roma nella sezione L'Altro Cinema | Extra.
Il lavoro è diviso in tre parti, Verde per l'ambiente, Bianco per i giovani e Rosso per la politica: tre sezioni affidate ognuna ad una regista, che ha avuto circa 30' per sviluppare il tema.
Un'idea originale che abbiamo ritenuto interessante approfondire intervistando una delle registe di questo progetto 'al femminile', Elisa Fuksas.
Come nasce il progetto?
Il progetto nasce da un'idea di Franco Scaglia, presidente di RAI Cinema. A partire dalla sensazione di un malessere, diffuso e comune, trasversale politicamente e socialmente, Scaglia ha proposto ad ognuna di noi un 'capitolo', che poi è stato il capitolo che ognuna ha effettivamente realizzato, nel mio caso l'Ambiente, con tutte le ambiguità che la parola evoca. Ambiente quindi non come ecologia (nonostante il sottotitolo 'Verde'), quanto piuttosto come 'ambiente operativo', come soluzione in cui siamo tutti immersi. Quindi qualsiasi cosa che circondi la nostra esistenza. Città, campagna, costruita e non, natura ed interventi dell'uomo.
Come avete suddiviso le tre parti? Le avete sviluppare indipendentemente o con linee guida comuni?
Indipendenza totale. Non c'è stata nessuna scelta 'comune', né estetica, né di contenuti. Ci siamo conosciute al montaggio. L'unica costante dei tre diversi lavori è la colonna sonora di Andrea Mariano.
Per le scelte delle persone da intervistare, suddivise tra persone note (Oliviero Toscani, Edoardo Winspeare, ...) e 'semplici' cittadini, come si è svolta?
Quelle persone 'note' sono allo stesso tempo 'semplici' cittadini. Non c'è nessun tipo di gerarchia. Le domande spesso sono state le stesse, e spesso anche le risposte sono state incredibilmente simili tra loro. E' chiaro che una cultura pù solida rende il pensiero più articolato e costruito, ma la base, la sensazione, era la stessa.
Alla fine della sua 'sezione' si sente un dialogo sulla bellezza tratto dal film 'I cento passi': come è nata l'idea?
"I cento passi": un ricordo che è riemerso per caso. Giordana in quei venti secondi di dialogo ha sintetizzato, con poesia, quello che è l'anima del mio capitolo. Una riflessione sulla bellezza, come concentrazione di intelligenza, capace di fare differenza nella realtà. Un'estetica operativa, che superi la lotta politica (che sempre più divide invece di unire) e porti le persone ad agire. In modo diverso. E speriamo migliore.
Traspare una buona dose di pessimismo dalla sua 'sezione' di documentario: come vede la situazione? E il futuro?
Non credo sia pessimismo, quanto piuttosto l'assenza di una visione. Il futuro, prima ancora di esistere deve essere immaginato. Senza immaginazione non c'è cambiamento. Il meglio è già qui, in quello che abbiamo di fronte. Che guardiamo ogni giorno. Ora tocca a noi, solamente, illuminarlo.
Quale è stata l'accoglienza al Festival di Roma?
Se l'accoglienza si può misurare in pubblico, allora ottima.
Quale il futuro di questo documentario?
A ciascuno il suo (lavoro).
E il suo? Quali progetti ha?
A dicembre iniziano le riprese, tra Toronto e Roma, del mio primo lungometraggio, Roundtrip. Un film sulle scelte, e su quanto l'immaginazione sia il vero luogo in cui queste scelte prendono forma. Una commedia sull'equilibrio e la sua assenza, e su quanto sia meraviglioso stare al mondo. Realismo magico, anche qui.
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