Francis Ford Coppola da ieri è a Torino, ospite d'onore del TFF 2009 per presentare il suo ultimo film, "Tetro (Segreti di famiglia)", in uscita domani nelle sale italiane.
In questo post vi proponiamo otto video dell'intervento di Coppola con la stampa: nei video le parole del regista, subito sotto il testo tradotto. Alla fine del video numero 8, Coppola accenna "Quando quando quando", imperdibile.
Buona visione:
"Mi stupisce sempre, me la rivolgono tutti e quindi rispondo: trovo che il bianco e nero sia una bellissima forma non soltanto cinematografica ma prima ancora fotografica. Il cinema ci mette a disposizione tantissimi tesori, quindi la possibilità del colore o del bianco e nero, la possibilità dello schermo panoramico o dello schermo tridimensionale, solo che i pezzi grossi dell'industria cinematografica non amano più tanto il bianco e nero, e pongono una serie di regole dicendo che cosa bisogna fare o non fare. Segreti di famiglia per me è una storia ricca di contenuti emotivi, volevo cercare di narrarla nel modo più realistico possibile, ma un realismo che avesse una qualità anche poetica, e il bianco e nero è la forma che più si addice secondo me a questo tipo di storia, come è vero per altri film del passato come Fronte del Porto o Rocco e i suoi fratelli, quando parliamo di storie drammatiche, poetiche e con realismo il bianco e nero ha questa qualità in più. Volevo inoltre rendere molto chiaro per lo spettatore lo stacco sui ricordi".
"Rusty il selvaggio era girato in bianco e nero ma ai tempi non c'erano problemi a trovare la pellicola adatta, mentre ora - nell'era della tecnologia - diventa anche più difficile in termini di supporto, al punto che qualche anno John Boorman, quando fece The General, dovette stamparne anche delle copie a colori.
E' triste il fatto che il cinema, un'arte che offre una tale varietà di mezzi e di generi, di fatto sia limitato dai capitali dell'industria cinematografica che vogliono restringere sempre più le possibilità. Un'altra novità dagli Stati Uniti è che non si possono fare neanche più storie drammatiche, si possono girare solo film d'azione, film coi supereroi oppure commedie anche un po' volgari. Quindi le scelte si riducono sempre più in base solo al profitto, un po' come nelle ditte di bibite in cui regna la Coca Cola.
Sono anni che io sostengo che il cinema è digitale, il cinema è elettronico, per ci è vero che tra un po' la pellicola fotochimica non si userà più, ed è singolare per esempio vedere mia figlia Sofia che si rifiuta tassativamente di usare il supporto digitale e usa la pellicola anche al momento della color correction e degli effetti speciali. Forse da parte sua c'è la non voglia di lasciar andare i 100 anni di storia del cinema che abbiamo alle nostre spalle, io forse perché sono più anziano, forse perché lo avevo previsto sono sereno nel dire che va bene così e che il futuro è questo. Molti hanno riconosciuto che Segreti di famiglia ha una fotografia bellissima, ed è stata realizzata in alta definizione e in digitale: credo che anche nell'era digitale l'importante siano due elementi, la qualità degli obiettivi - che va sempre migliorando - e l'occhio del direttore della fotografia".
"Amo molto sentire gli attori avere la possibilità di recitare nella loro lingua d'origine, e per lo stesso principio per cui trovo criminale che il direttore di un'emittente televisiva imponga di non utilizzare il bianco e nero in televisione, lo stesso vale per gli executive dell'industria cinematografica che non sono disponibili a distribuire i film con i sottotitoli.
Io credo che il pubblico abbia il desiderio di vedere, in America, film di provenienza internazionale nella lingua originale, come dimostra il caso di "La tigre e il dragone" che da noi ha avuto un grande successo anche se era in cinese con i sottotitoli".
"Credo che la figura del padre abbia una lunga tradizione drammatica, non lo inventata io: quella del mio film è sicuramente una figura di finzione, la tradizione risale alla mitologia, a Zeus, a Giove, al mito del padre come 'onnipotente' che ad un certo punto il figlio deve andare a spodestare e per fare questo deve opporsi.
E' una figura presente in tutti i drammi, in Shakespeare come in Tennessee Williams e nel romanzo americano: in questo senso ha poco a che vedere con mio padre che innanzitutto non era un compositore così famoso com'è invece il personaggio interpretato da Brandauer in Segreti di famiglia. Mi sono senz'altro ispirato a figure di direttori d'orchestra famosi come Von Karajan".
"E' vero che Rusty il selvaggio può essere definito il cugino di Segreti di famiglia, in quel caso si parla di un adattamento di un romanzo, mentre qui è una sceneggiatura originale. Là c'è il rapporto di due fratelli, con il minore che arriva quasi a idolatrare il suo fratello maggiore: in questo senso è molto autobiografico perché io stesso ho avuto un rapporto simile col mio, ho sempre cercato di essere come lui. Rusty è stato un film che mi è piaciuto moltissimo fare ed evidentemente non avevo ancora esaurito l'argomento.
Con Segreti di famiglia sono andato ad esplorare nuovamente il rapporto tra questi due fratelli, e anche i vari rapporti all'interno della famiglia, ovviamente ci sono riferimenti alla mia famiglia, pur restando un'opera di finzione.
Tra l'altro il dettaglio è anche che il personaggio di Segreti di famiglia doveva essere inizialmente interpretato - come Rusty - da Matt Dillon, sostituito per problemi produttivi".
"Mio padre era un compositore di musica classica, aveva frequentato una scuola di musica in cui s'impara proprio la composizione musicale classica. Naturalmente all'epoca questo tipo di formazione impediva che ci potessero essere delle contaminazioni con un tipo di musica più moderno che era considerato meno profondo. La mia scelta invece è stata quella di chiamare come compositore Osvaldo Golijov, che è un giovane sulla quarantina che ha una formazione classica però di fatto ha anche sperimentato con nuove forme musicali e inoltre è nato in Argentina, perché nel film in effetti ci sono due tipi di musica: una più folkloristica, con strumenti come la fisarmonica, la chitarra e il basso (anche se per scelta non c'è il tango), l'altra di musica più sinfonica che nel film è diretta da Brandauer, e lì sentiamo Brahms e altri autori classici. Non volevo che ci fosse quella musica classica finta che mio padre definiva 'Gregory Peck concerto'".
"Quello digitale per me è sempre cinema, è solo una nuova tecnologia per farlo: come dice il mio amico George Lucas, lunga vita al cinema. Solo sta cambiando forma, le generazioni future utilizzeranno il digitale anziché la pellicola, tutto qui.
Se ci pensiamo in questi cento anni di storia i film che hanno segnato me come tutti voi sono davvero tanti, quando uno mi chiede i cinque film per me migliori io posso citare i cinque film migliori girati a Berlino tra il '20 e il '27 che hanno avuto un impatto su di me, per darvi un'idea della vastità del patrimonio cinematografico che ci accompagna".
"Ero un giovane studente, avevo 17-18 anni e studiavo teatro, volevo diventare commediografo. Un bel giorno capitai ad una proiezione di Ottobre di Ejzenstein: era un film impegnativo, era lungo, era muto, saremmo stati in 3 spettatori ma io ricordo di non aver mai visto niente del genere prima di allora e quando sono uscito dalla sala ho capito che volevo fare questo mestiere. Curiosamente è anche lo stesso percorso che ha fatto Ejzenstein.
Probabilmente perché c'è un linguaggio nel cinema che a me è subito apparso evidente, ho subito capito l'alchimia che consente il montaggio, ho deciso che questo poter giocare con il girato era quello che faceva per me e mi sono iscritto alla UCLA".
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