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Dic 07 4

Torino Film Festival, diario dell'ottava giornata: pellicole Francesi e Irlandesi per Torino 25

Pubblicato da Elisa, Blogosfere staff alle 10:20 in Film, Notizie


Concludiamo con questo post il diario da Torino di Gabriele Diverio. A breve le considerazioni su Garage, il film vincitore, e su questa venticinquesima edizione del Torino Film Festival.

Di Gabriele Diverio  

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Maratona tra i film della sezione “Torino25” in questo che l’ultimo nostro articolo prima delle riflessioni finali.

Due film francesi Naissance des pieuvres e Lino e uno irlandese Garage.  
Ancora una volta siamo di fronte a film della riflessione più che dell’azione, con personaggi che sembrano subire il passaggio del tempo, lo scorrere degli avvenimeti, come se non fosse in loro potere scegliere in che direzione andare.
Siamo convinti che si possano realizzare film intimisti, che inducano alla riflessione, senza abbandonare l’intreccio.

Ci sarebbe piaciuto vedere dei film più vari in concorso; al di là di poche eccezioni – Lars and the real girl e The art of negative thinking – sono quasi tutti melodrammi, opere che non si preoccupano di inventare storie, ma di osservare il quotidiano.
Solo il film di Jean-Louis Milesi, Lino (Francia, 2007), ha una trama raccontabile con poche parole: un uomo di cinquant’anni va alla ricerca del vero padre di Lino, il bimbo di due anni che l’ex compagna, ora morta, gli ha lasciato improvvisamente.
Non è un film dal ritmo tamburellante, sia chiaro, però ha un tema sotterraneo che accompagna il protagonista dall’inizio alla fine del film.
Degne di nota sono la scelta delle musiche, lo stacco stilistico che separa tutto il film dalla sua sequenza finale e la sofferta interpretazione dello stesso Milesi –  il piccolo Lino è davvero suo figlio – .
Tolto questo il film si aggrappa forse troppo alla dolcezza del suo piccolo protagonista.

L’altro film francese di Céline Sciamma è Naissance des pieuvres (Francia,2007) e la sua traduzione suonerebbe come “la nascita delle piovre”.
Ci si riferisce al nuoto sincronizzato, attività sportiva che fa da collante all’esperienze di tre ragazzine: Marie, Anne, Floriane.
La protagonista, Marie, è schiva, sepre imbronciata e irresistibilmente attratta dall’eleganza e dalla maturità di Floriane, capo squadra di nuoto sincronizzato.
Anne è la classica bruttina-imbranata che viene presa in giro da tutti ed ama il ragazzo più richiesto dalle sue coetanee.

Tra Marie e Floriane si crea un’amicizia prima d’opportunismo, poi affettuosa e alla fine una vera e propria relazione amorosa, che porterà entrambe a conoscere i lati più dolori dell’amore e del sesso.
Mentre Anne – il personaggio più positivo e con più “cervello” – riuscirà infine a riaffermare il suo diritto all’adolescenza, accettando il suo corpo e la sua età come fasi passeggere della crescita.
Non è un brutto film quello della Sciamma, autrice anche della sceneggiatura; forse un po’ scontato e “già visto” come tematiche, ma onesto e sincero.
Non chiedetegli però di coinvolgervi, perché anche questo film risponde al segreto comendamento di questo festival: lasciare lo spettatore distaccato.

Ma il massimo in questo senso l’ha ottenuto Garage (Irlanda, 2007), di Lenny Abrahamson.
L’idea che sta dietro a questo film è la seguente: Josie – il bravo Patt Shortt – è un uomo di media età che viene trattato da tutti come lo “scemo del villaggio” di turno.

E’ ingenuo, pacifico, accondiscendente, generoso, incapace di far male ad una mosca.
Lavora in una pompa di benzina e prende molto seriamente questa attività; le sue giornate trascorrono sempre uguali a loro stesse ed il pover uomo sembra essere soddisfatto di quello che il destino gli ha riservato.
Da poco alla stazione di benzina è inoltre arrivato un giovane aiutante di nome David e in breve tempo i due diventano “amici per la pelle”, ascoltandosi a vicenda e bevendo birre dopo l’orario di chiusura.
Proprio come qualsiasi “ragazzino di quindici anni”, un giorno Josie mostra a David un video porno – il regalo di un camionista malato di sesso – e inizia così il dramma.
Una denuncia, l’arresto della polizia, la minaccia di perdere il lavoro.
Josie non è più sereno: non dorme più, non mangia più, si sente solo come mai prima di allora.

A che serve vivere in un mondo così ingiusto?
Abbiamo trovato questo film di una gracilità di sceneggiatura incredibile.
Non basta portare sullo schermo un personaggio che susciti simpatia per ottenere un film interessante ed originale.
Non c’è trama – solo un susseguirsi di quadretti – fino al momento di svolta del film.

Del protagonista non sappiamo nulla, come se ci si dovesse affezionare a lui solo per la sua natura di svantaggiato.
Il capo lo sfrutta, le donne non lo considerano, gli “amici” del pub lo prendono in giro e lui sembra non dare importanza a nulla di tutto ciò.
“Non se ne rende conto, poverino”, “ è troppo puro per loro”, “che tenero questo Josie”, i commenti in sala.
Va bene, ma da un film ci aspettiamo una storia, non una riscontrata verità.
E’ tutto troppo ovvio e scontato, secondo chi scrive.
Ad esempio il modo in cui viene fatta intuire la fine del periodo d’ingenuità del protagonista è a dir poco imbarazzante (ci riferiamo alla “drammatica” sequenza in cui il cavallo un tempo amico di Josie, si rifiuta di mangiare le sue mele come sempre fatto).

Cosa voleva dirci Abrahamson?
Che al mondo non c’è posto per le persone pure?
Che la malvagità del mondo ricade senza speranza sulle spalle dei più umili?
Siamo d’accordo, ma non sentivamo l’esigenza di un film su questo argomento.
Questa giornata ci ha riservato più delusioni che gioie e siamo sconcertati dalla mancanza di originalità di cui sono vittime molte della pellicole in concorso.

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