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Torino Film Festival, la seconda giornata: Doc e The Savages

Elisa avatar Martedì 27 Novembre 2007, 09:08 in Film, Torino Film Festival di Elisa

Di Gabriele Diverio  

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E’ stata inaugurata stamani al Massimo la sezione “Fuori Concorso” con la presentazione del documentario Doc (USA, 2007) di Immy Humes.
Il tema raccontato da Immy – già candidata all’Oscar nel 1991 con un documentario intitolato A little vicious – è suo padre e le vicissitudini della sua vita.

Un banale ritratto familiare?
Niente affatto!

Si dà il caso che il padre della regista sia Harold L. Humes, uno dei personaggi più bizzarri e affascinanti cui la terra statunitense abbia mai dato natale.
Harold Humes – semplicemente Doc per chiunque lo abbia conosciuto – ha fatto qualsiasi tipo di lavoro, sospinto da un’irrefrenabile voglia di sperimentazione e da un’innata spinta liberale che lo portava ad imbarcarsi in imprese al limite del possibile.

Qualche esempio?
Fondò a Parigi la rivista “Paris Review”; scrisse nel giro di due anni due grandissimi capolavori letterari quali The Underground city e Men die, diversissimi tra loro per tematica e stile eppure entrambi imprescindibili nella storia della letteratura contemporanea; diresse un film ispirato alle avventure del Don Chisciotte chiamato Don Pejote; investì milioni di dollari in un progetto per la costruzione di case interamente realizzate di carta per gli abitanti del terzo mondo; insegnò, novello Socrate, nei migliori college americani, senza essere un professore, ma relazionandosi con gli studenti “vis a vi”; portò sollievo nelle carceri ai prigioneri interessati all’arte dei massaggi; lottò per la legalizzazione della marijuna; dichiarò in tempi non sospetti che la C.I.A. teneva dei dossier top secret sulle persone reputate scomode dal governo degli Stati Uniti.
Un papà fuori dall’ordinario, non credete?
E questi sono solo alcune delle cose fatte da Doc, decisamente una persona “bigger than life”, come direbbero loro.

Ma al genio, si sa, si accompagna sovente la follia e progressivamente Doc iniziò a vedere cospirazioni ovunque, rinchiudendosi in un mondo di allucinazioni, dove le nuvole erano in grado di decidere del destino delle persone e le colonne di un letto a baldacchino contenevano microfoni per parlare con la regina Elisabetta.
Il documentario è ben realizzato e cattura da subito l’attenzione dello spettatore grazie alle numerosissime interviste messe insieme da Immy.
Spassosa quella con Paul Auster che ricorda di come Doc si appropriò per più giorni del pavimento della sua camera d’università e commuovente quella con Norman Maier – qui in una delle sue ultime apparizioni – che racconta di come l’amico soccorse la moglie appena accoltellata dallo stesso Maier.
La scena più surreale del film: il ritrovamento nel capanno dietro casa di “Occhio di vetro” dellle bobine ormai credute perse di Don Pejote.

Come promesso ieri, ecco ora il momento di The Savages (USA 2007), di Tamara Jenkins. Due fratelli poco inclini alle relazioni familiari – Laura Linney e Philip Seymur Hoffman – debbono prendersi cura di un padre troppo a lungo ignorato e riuscire al contempo a non perdere il filo delle proprie, barcollanti, esistenze.
Tutto qui? Tutto qui.
Le idee semplici, quando sono sorrette da solide sceneggiature, non hanno bisogno di nulla di più.

E lo script del film – ad opera della stessa Jenkins – è un fortino inattaccabile, dove brillano per sagacia ed ironia i dialoghi: le battute che i due fratelli si scambiano lungo tutto il film sarebbero da imparare a memoria e sfoderare di tanto in tanto per far colpo sugli amici.
Linney e Seymur Hoffman lottano fino alla fine per la palma della migliore interpretazione – ma non è da tralasciare neppure il lavoro di Philip Bosco, il padre dei due - e solo per poco vince la brava attrice già apprezzata in Truman Show (1998) e Mystic River (2003).

Il motivo, a nostro avviso, è una migliore costruzione della psicologia del personaggio femminile, il che consente di cogliere con immediatezza, anche attraverso un solo sguardo, ciò che passa nella mente di Wendy Savages.
Sarebbe stato bello andare ancor più a fondo anche nell’animo di John, ma forse si sarebbero modificati quegli equilibri che rendono la vita del personaggio della Linney più significativa al fine del senso del film.
Tra i due è lei la portatrice di sani valori e, sebbene abbia in apparenza più difetti del fratello, è sempre a lei a rialzarsi dopo ogni tentativo sbagliato e a credere con ostinazione di poter risolvere i problemi della sua famiglia.

L’ultima inquadratura è un delicato e sottile modo di esprimere l’assoluta necessità di aver intorno a sé persone a cui dedicare il proprio affetto e le proprie attenzioni, per ricavarne in cambio – anche con quel pizzico di egoismo che è sano coltivare –  stima e amore per la propria persona.
La scena più divertente: Seymur Hoffman immobilizzato in casa mentre si “autocura” uno strappo al collo con un rudimentale bilanciere da lui stesso fabbricato.

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