Terzo giorno di Torino Film Festival: primo giorno senza pioggia e questa è già una gran cosa.
La mattina non inizia nel migliore dei modi; gli infernali aggeggi che dovrebbero verificare l’affluenza nelle sale del pubblico sono in tilt.
Folle di cinefili adirati temono di non poter rispettare le proprie tabelle giornaliere e a più riprese tirano fuori i denti e alzano la voce nei confronti delle giovani maschere.
Per “fortuna” tutte le sale hanno lo stesso problema e quindi le tabelle vengono rispettate.
Il che mi ha permesso di vedere Ghiro ghiro tondo (Italia, 2007), di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, documentario della sezione “La zona”.
A spingerci ad andare a vederlo erano state le belle parole spese sul programma del TFF: “Un catalogo di giochi scampati alle due guerre mondiali …: la vita in miniatura, agghiacciante come una nenia silenziosa …”.
Pensavamo di rivivere il dramma delle guerre attraverso la riesumazione di giochi appartenenti a quell’epoca, ma così non è stato.
Quello che si vede sullo schermo è un’esposizione di oggetti – raramente diversi tra loro – che potrebbe interessare al massimo ad appassionati di antiquariato.
Il giocattolo non fa da veicolo a riflessioni sull’umanità devastata dal dolore e dalle atrocità che hanno attraversato il ‘900.
Solo in due tipi di riprese – più volte mostrate dai registi – si crea un legame con la realtà storica: quando ci si sofferma sui codici a barre tatuati sul collo dei bambolotti e quando li stessi giacciono nudi formando pile di piccoli cadaveri.
Inevitabile pensare al maltrattamento e alle sevizie subite dai perseguitati del nazismo.
Ma sono gli unici suggerimenti alla riflessione in un mare di noia prodotta anche dalla scelta dello stile: l’assenza di sonoro – a parte qualche fruscio di fondo – e la continua difficoltà di tenere il fuoco della macchina, fanno davvero l’interesse del film?
Il pomeriggio è stato decisamente più interessante grazie alla visione di due dei film in concorso della categoria più importante: The home song stories (Australia, 2007), di Tony Ayres e Kunsten a tenke negativt/ The art of negative thinking (Norvegia, 2007), di Bard Breien.
Sono entrambi film di ottima qualità e ciò non fa che confermare lo spessore della categoria “Torino25”; dovrebbe essere scontato che la rosa di film che ambiscono al premio più importante siano tutti validi, ma non sempre è così ed è giusto quindi sottolinearlo.
Il film australiano è un melodramma di sapore antico, uno di quei film da vedere con il fazzoletto a portata di mano.
Una cantante di Hong Kong, madre di due bimbi e sposata per convenienza più che per amore, prova in tutti i modi ad essere felice, ottenendo sempre l’esatto contrario.
Attraverso le parole di Didi/Tom il bambino protagonista del film cresciuto e divenuto scrittore, riviviamo l’epopea della sua famiglia, composta da una sola mamma – la bravissima Joan Chen - , una sorella più grande e svariati uomini che di volta in volta gli fanno da padre.
Come in un film di Matarazzo i due sfortunati bambini pagano le scelte dissolute della loro giovane e bella madre e, attraversando ogni disgrazia immaginabile – relazioni scandalose, suicidi, abbandoni, violenza tra le mura domestiche, umiliazioni – intraprendono un viaggio che li porterà a rivedere le proprie posizioni in materia di stima e affetto verso il loro unico modello femminile.
Registicamente il film risente molto dell’influenza asiatica e si sviluppa con ritmi lenti e continui “sali-scendi” emozionali.
Non stupisce che sia piaciuto ai selezionatori perché è un classico film da festival e non stupisce che sia piaciuto a Moretti perché ha sempre ammirato registi in grado di dirigere così bene bambini come Didi/Tom.
La scena da ricordare: i sogni “fumettistici” di Didì/Tom che difende la madre dalle forze del male.
Kunsten a tenke negativt/ The art of negative thinking è invece un’originale riflessione politicamente scorretta sull’inutilità del pensare positivo.
Alla faccia di Polly Anna e a chi le dà retta!
Geirr, è un ragazzo che si ritrova paralizzato su una sedia a rotelle dopo un terribile incidente e perde completamente la voglia di vivere; niente sembra poterlo distrarre dal dolore che lo lacera, neppure le attenzioni della sua dolce compagna.
Per salvare un matrimonio ormai in crisi, quest’ultima gioca l’ultima carta rimastale: convocare a casa propria uno “strambo” gruppo di sostegno composto da disabili guidati da un’ottusa psicologa.
Il film è una commedia nera; si ride spesso e in modo sguaiato dunque, ma è un riso amaro che lascia rapidamente spazio al senso di colpa e alle lacrime.
Dal momneto in cui Geirr inizia la sua battaglia contro il dogma del gruppo di sostegno – “pensa a che quello che hai e non a quello che non hai”, “c’è gente messa peggio” e altri simili luoghi comuni – si assisterà ad un lento ma inesorabile abbandono della nave da parte dei disabili.
Ognugo scoprirà a suo modo di non essere convinto delle frasi ripetute a “macchinetta” e che anzi quello che di cui hanno davvero bisogno è imprecare e stramaledire il destino che è stato così beffardo con loro.
L’ipocresia di una felicità a tutti i costi li ha ridotti a non sapere più cosa è davvero importante per loro e il risultato è vivere solo un simulacro di realtà.
Ma non saranno i soli ad esplorarsi interiormente, dato che anche Geirr e la moglie trarranno beneficio da una giornata lunga e devastante – non solo per la loro bella casa –.
La scena più surreale: la rievocazione della più famosa sequenza de Il cacciatore – (USA, 1978), di Michael Cimino – ad opera di una delle più strane compagnie mai viste sullo schermo
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